venerdì 28 dicembre 2012

La coppia d'oro Calvino - Bava

È Natale. O meglio è stato Natale e, come ogni anno, sulla Mediaset hanno ritrasmesso gli episodi di Fantaghirò, la miniserie televisiva creata da Lamberto Bava nel 1991. 
Quando uscì per la prima volta sugli schermi degli italiani la serie era divisa in parti, nello specifico due puntate da 100 minuti l'una, per un totale di ben 5 film.
Mille ore di fantasy made in Italy di cui, da fan sfegatata, ho deciso di parlarvi.
Rivedendolo quest'anno (oggi hanno trasmesso Fantaghirò 4, e se tanto mi da tanto domani vedrò il 5) mi sono fatta una serie di domande da scalcinata "addetta ai lavori" quale mi pace reputarmi. Avviso la nutrita schiera dei miei 4 o 5 lettori che le informazioni contenute in questo post provengono da ricerche che ho fatto navigando qui e la e soprattutto da mie illazioni, quindi dubitate serenamente della validità scientifica di questo post.
In alcuni punti delle pellicole, ad esempio dell'episodio numero tre, mi è parso che il doppiaggio in italiano non coincidesse con il labiale. Considerando che gli attori si sono spesso ridoppiati da soli, poteva tranquillamente addursi alla loro scarsa esperienza. Ma guardando bene sembrava proprio che recitassero in inglese. 
Quando Fantaghirò chiede alla Strega Nera (Brigitte Nielsen) di aiutarla a trovare il regno di Tarabas (Nicholas Rogers) le dice: "ho bisogno del tuo aiuto" e il labiale è chiaramente "I need your help".
Questo pippone mentale improvviso mi ha fatto sorgere la curiosità (una capitanovviata direi) di sapere se il prodotto apparentemente nostrano non fosse in realtà una coproduzione con qualche paese più Pro di noi. In effetti le ambientazioni, i costumi, il cast, tutto fa pensare che la mano italiana sia tutto sommato limitata.

Allora mi sono messa a scavare qui e là e qualcosa di interessante l'ho trovata, ma poca roba per il momento.
A quanto sono riuscita a capire, la produzione è interamente italiana, ma ognuno degli episodi è girato in altre lingue (nello specifico il terzo è tutto recitato in inglese e poi ridoppiato dagli stessi attori) probabilmente perché il cast era composto per la maggior parte da attori stranieri. Il prodotto ha però avuto un grande successo all'estero, in Francia, in Germania dove è trasmesso col nome Prinzessin Fantaghirò, e in Inghilterra dove hanno ribattezzato il primo episodio The Cave of The Golden Rose)

Il budget utilizzato per girare i film (non mi è chiaro se tutti e 5 o solo i primi 4) è pari a nientepopodimenoché  7.000.000.000 di lire. Vale a dire 3,5 milioni di euro attuali circa.
Forse sono l'unica a restare basita di fronte a tutto questo esborso per un prodotto nostrano, ma i fatti e il successo che ha ottenuto confermano il detto "quanto spendi tanto appendi". 

Le location utilizzate per le riprese sono le più disparate, vanno infatti dalla Slovacchia alla Repubblica Ceca, per finire con la Thailandia (il regno di Angelica nell'episodio 4).
Ora, passiamo alle considerazioni sui film in se.
Io detesto le produzioni italiane. Sul cinema qualcosa riesco ad apprezzarlo, ma per la maggior parte del tempo impreco contro la recitazione forzatamente teatrale, le scelte di regia certe volte davvero imbarazzanti e in generale la scarsa accuratezza nella composizione dei prodotti.

Fantaghirò però è un discorso a parte. Anche li la recitazione non è delle migliori e la sceneggiatura a tratti fa acqua da tutte le parti, è più tarlata di una fetta di Emmental e le espressioni facciali dei primi piani a cui un po' tutti gli interpreti vengono sottoposti dovrebbero - teoricamente - far rischiare il collasso da ilarità agli spettatori.
Invece ciò non succede. Nonostante i vari momenti assurdi, che rasentano il ridicolo, e la capacità recitativa da organismo monocellullare di alcuni soggetti X, ciò non avviene. Perché? Cos'ha di diverso Fantaghirò
Dopo di lei esplose il boom di questo genere, ricordiamo in primis Desideria e l'anello del drago, sempre firmato Bava, che però non ha riscosso lo stesso successo della sua progenitrice dal caschetto d'oro. Di nuovo, perché?
In mancanza dell'opinione dei migliori specialisti ed esperti in televisione e cinema, non ci resta che ragionare per conto nostro, basandoci sulle scarse esperienze nel settore della sottoscritta, e della invece vastissima esperienza da spettatori che abbiamo accumulato in anni e anni dello sport più amato dai cinefili e televisofili del mondo: il culoseggia agonistico. Fidatevi, uno qualsiasi di noi si può scoprire ottimo critico in questo campo, riuscendo finalmente a giustificare i molti anni persi a guardare uno schermo, e proponendo i prossimi venturi che si perderanno in ugual modo, come "investimento" anziché bollarli come "pigrizia".
Fantaghirò è un prodotto unico nel suo genere, che praticamente ha vissuto e vive ancora oggi di vita propria. Le ragioni di questo successo a mio parere sono tre:
ORIGINI: la storia è stata tratta da un racconto popolare di Calvino, dal titolo Fanta-Ghirò persona bella, che racconta di un re con tre sole figlie femmine, obbligato a mandare un erede maschio a firmare un trattato di pace. Dopo averle messe alla prova scopre che la più piccola, Fantaghirò, è perfetta per quel compito. La manderà dunque in missione vestita da uomo ed ella non solo tornerà vittoriosa, ma anche depositaria dell'amore del principe rivale, che si strugge per lei continuando a ripetere, quasi folle: "Fantaghirò persona bella, mi tolse l'uso della favella, egli mi sembra una donzella, Fantaghirò persona bella".
Questa fiaba è raccontata in modi differenti al nord e al sud italia ma ciò non toglie che un racconto già radicato nell'animo della nazione in qualche maniera abbia più capacità di far presa, una volta trasformato in prodotto mediatico.
CURA: le location scelte per le riprese sono senza dubbio perfette: boschi suggestivi, bei castelli ma mai pretenziosi, mai troppo grandi o troppo finti, che incarnano bene l'idea di palazzo regale, ma con quel pizzico di realismo che permette di contestualizzarli, che aiuta a "credere" che quell'epoca, quelle persone, potrebbero essere esistite davvero. In tal modo si aiuta la sospensione dell'incredulità, semplicemente con quattro mura realistiche.
In perfetto contrasto con la realtà delle ambientazioni, troviamo i costumi: gli abiti, anche la tenuta da caccia più misera di Fantaghirò, sono a dir poco sfarzosi, curati nei minimi dettagli. Anche le armature sono dei piccoli capolavori, pur non guardano tanto alla funzionalità quanto piuttosto alla particolarità: Fantaghirò indossa, nel primo e in parte del secondo episodio, un'armatura nera con l'elmo a forma di testa d'oca. Quando si sveste, salta agli occhi la improbabilissima leggerezza del materiale, ma nonostante quello si può apprezzare l'attenzione nel ricreare pezzo per pezzo uno spallaccio, un pettorale e un paio di schinieri. 
La scelta dei tessuti rispecchia i personaggi: il re padre indossa abiti luccicanti, impunturati d'oro, che sottolineano l'opulenza del potere raggiunto, ma allo stesso tempo riverberano in modo ridicolo su un corpo che ha perso il potere fisico, la giovinezza e la forza, e che deve essere sostituito da un erede (su wikipedia è segnalata la coincidenza dei colori azzurro e arancio indossati dal re e dalla figlia Fantaghirò, come a sottolineare che lei sarà l'erede destinata).
Tarabas indossa i colori scuri del bosco, il verde il marrone e il nero, specchi del regno dove dimora. Pur essendo un mago di grande potenza però, i suoi abiti sono stranamente semplici, come se non fosse tutto li, come se ci fosse sotto qualcos'altro (che infatti c'è, visto che viene ovviamente redento dalla nostra amica caschetto d'oro). Di contro troviamo poi gli abiti di Darken, il mago davevvero più potente e cattivo del mondo, nonché padre del bellissimo Tarabas, che invece veste interamente di nero, con abiti sfarzosi e cupi, appena impreziositi da catene d'oro.
Insomma potrei andare avanti per ore a parlare di quegli abiti, ma credo che questi esempi siano sufficienti per passare al punto numero 3.
CAST: i personaggi scelti per interpretare i vari ruoli sono azzeccatissimi. Romualdo (Kim Rossi Stuart) è giovane, forte, con luminosi occhi verdi incastonati in una faccia a cucuzziello nazional-popolare (con tanto di kilt peliccioso nel primo episodio) e la criniera leonina morbidamente adagiata ad incorniciare il tutto. Insomma l'angelica immagine di liberté egalité e fraternité, che mi sembra anche un paragone più delicato per associarlo ai suoi fidi Cataldo e Ivaldo, invece del solito trittico di simpatiche Grazie. 
Tarabas (Nicholas Rogers) è quella rara bestia umana che non ha bisogno di tante presentazioni. È un Dio sceso in terra, con la chioma corvina che cade in picchiata sulle colline marmoree dei pettorali, precipita nel canale di suez creatosi fra le scapole, e guida fin troppo saldamente l'immaginazione verso zone ancora inesplorate, patrimoni che tutti vorremmo fossero nazionali ma di cui fin troppo poche visitatrici hanno potuto godere. Il viso è una maschera di tenebre, le arcate sopraccigliali formano una delirante curva di civettuola cattiveria e il naso fine e tagliente porta lo sguardo su labbra sottili ma definite, una promessa aleggiante che precipita nel panico anche la più salda moralista.
Xellesia (Ursula Andress) con la sua corona di piume dorate, probabilmente strappate all'ultima fenice esistete, ancora viva e sanguinante, ha lo sguardo penetrante, gigantesco, minaccioso. Ti senti un po' carota in fuga anche tu vedendola. Magnifica.
La Strega Nera (Brigitte Nielsen) è deliziosamente eccessiva, perfettamente sopra le righe, un personaggio comico ma ben più concreto della cara protagonista, Fantaghirò stessa (Alessandra Martines) che è sì ottima per interpretare la principessa coraggiosa, ma che a volte ti fa desiderare di mollarle qualche schiaffone, giusto per rimetterla sulla retta via. Uno dei momenti più pregnanti un cui si avverte questo bisogno di violenza è proprio durante gli svariati incontri con Tarabas, che ovviamente inizia subito a squaqquariare dietro al caschetto più impermeabile del reame, mentre lei continua ad incaponirsi col suo bel Romualdo, l'uomo che inciampa da seduto, colui che viene rapito in media dalle tre alle 5 volte a settimana, l'essere la cui espressione diventa più dinamica solo quando viene trasformato in pietra per 4 ore di film. 
Avete ragione, ci vogliono più di due schiaffi. Stare con Romualdo anziché con Tarabas è di per sé una punizione di gran lunga maggiore rispetto a qualsiasi pena corporale.
Spezzerò anche una lancia a favore della sceneggiatura: forse nella maggior parte dei dialoghi pecca un po' in "italianità", ma è innegabile che Francesca Melandri e Gianni Romoli si siano applicati per rendere il tutto abbastanza epico nei punti giusti. Citerò a tal proposito un paio di frasi celebri:
FANTAGHIRO' I

Fantaghirò: Verso la vittoria! La voglio e la otterrò!

Romualdo:Perché arrossite?
Fantaghirò: non ho mai baciato un cavaliere.
Romualdo: Io neanche.

FANTAGHIRO' II

Fantaghirò: se non sarà il mio ordine a fermarvi, sarà la mia spada!

FANTAGHIRO' III

Tarabas:  Sono pronto a baciarti, Fantaghirò. Spero che queste catene mi impediscano di farti del male. Se non sopravvivrai al mio bacio, giuro che morirò nello stesso istante.

Oltre a tutte queste motivazioni, Fantaghirò contiene una morale forse scontata, trita e ritrita, ma che spesso diamo tutti per scontata al punto da non prenderla più come insegnamento.

Dunque, queste per me sono le cose fondamentali che fanno di Fantaghirò un prodotto non buono, non ottimo, ma proprio Eccellente, da vedere e rivedere a Natale o a ferragosto, in qualsiasi momento si voglia fuggire seriamente dalla realtà per immergersi in qualcosa di godibile, eccentrico e soprattutto nostrano.
Se mai potrò scegliere, girerò qualcosa come Fantaghirò.

domenica 23 dicembre 2012

Il palesarsi fisico di un senso di colpa psichico

Sono immensamente stanca.
Sono stanca delle difficoltà quotidiane, sono stanca di lottare senza nessun risultato per migliorare ciò che mi circonda, ma soprattutto sono stanca delle persone.
Non di tutte, per carità. Sono stanca delle persone che hanno sempre ragione, di quelle che non sbagliano mai, di quelle che non cedono mai, nemmeno davanti al tuo dolore, alla tua evidente tristezza, davanti alle tue paure. Quelle che se si spezzano un' unghia le fanno il rito funebre e vogliono tutti gli affetti intorno, ma che se devono sostenere qualcun'altro sono sempre troppo più impegnati, troppo più in difficoltà. Hanno sempre il carico a coppe pronto in tasca, fremono per buttarlo giù e se ne fregano delle conseguenze. 
Sono stanca delle persone che si nascondono dietro uno schermo, che scavano solchi immensi per allontanarti e poi ti lanciano improperi da una distanza di sicurezza, cose a cui non puoi rispondere perché non avrebbe senso. Persone che invece di parlare scappano, che quando smetti di inseguirle si fermano, urlano e a volte ritornano.
Sono stanca di essere sbagliata, di creare problemi, di sentire dentro di me il vuoto dove dovrebbe esserci calore, amore, gioia. 
Sono stanca di avere paura di parlare, sono stanca di temere le conseguenze del mio modo di essere. 
Tutti mi accettano così come sono, tranne quelli a cui tengo di più. Non c'è mai sufficiente ardore, passione, bontà per vedere oltre, per fare uno sforzo in più. C'è solo il minimo sindacale o il pagamento in natura (il palesarsi fisico di un senso di colpa psichico?).
E giù ad intossicarci le feste. Forse ho già visto qualche bufera, quindi ora è terribilmente semplice (ma non meno spaventoso) affrontarne una nuova, ma proprio non mi va.

Forse sarò ingiusta, cattiva, stronza, superficiale, permalosa, orgogliosa e fuori luogo. 
Ma, in tutti questi aspetti negativi, non sono affatto sola.
Per il resto invece si, come scopro dolorosamente stasera. E pensare che volevo provare a condividere le cose buone.

Santo Natale. 

lunedì 22 ottobre 2012

Già che mammema me vatte, tarantelle fino a juorno!

Presente quelle persone che sono proprio felici di far andare tutto storto?
Presente quelle stesse persone di cui sopra, che amano la lamentazio fine a se stessa, la retorica del pessimismo, la morbosità della pena?
Eh.
Io si.
D'accordo che tutti abbiamo i nostri momenti di sconforto, d'accordo che ogni tanto il triplo carpiato con avvitamento nel barile il cui fondo amiamo ravanare ci sta, ma una volta tanto, giusto per gradire, come l'abbuffata proibita nel bel mezzo della dieta.
Eh.

No, invece spesso si usa fare all'inverso: fra la crisi, l'età che avanza, il lavoro che non c'è e la cervella che se ne va, ogni scusa è buona per lamentarsi o piangersi addosso. È per questo che ho deciso di scrivere il Decalogo della Vedova, ovvero tutti i motivi più banali e assurdi per piagnucolare, in modo che voi cari lettori inesistenti possiate riconoscere i flagellanti 2.0 alla prima lagna o, nei casi estremi, confondervi fra di essi se ne siete circondati!

  1. Quando stai bene bene bene, come minimo hai mal di testa.
  2. Quando non hai nulla di fisico di cui lamentarti, lamentati per il tempo.
  3. Quando intorno a te c'è chi sta peggio, lamentati lo stesso dei tuoi inutili problemi. Così magari il poveretto di turno ti spacca la faccia, sentendosi un po' meglio, e tu dopo avrai di che lagnarti davvero.
  4. Quando sei in mezzo a gente felice, individua lo gnu debole del branco e attacca la pippa con lui, che presto si diffonderà mettendo tutti di malumore. Perché la gente troppo felice ci sta ampiamente sulle palle, soprattutto se abbiamo legami affettivi con qualcuno del gruppo. Gollum! Gollum!
  5. Quando hai la febbre ripeti a tutti che stai per morire.
  6. Quando non hai la febbre, ripeti a tutti che stai per morire comunque. Non si sa mai.
  7. Quando sei malato, indipendentemente dalla gravità del problema, non ti curare. MAI, in nessun caso.
  8. Quando qualcuno, dopo molte settimane di tormento continuo e senza aver nemmeno una volta provato ad ucciderti (o a praticare su di te l'eutanasia, per porre fine alle tue evidenti sofferenze) cerca di sdrammatizzare, fallo sentire in colpa.
  9. Quando non sai che dire dì: "sto male" "eh ma ho i pensieri" o sbuffa, o una combinazione delle tre cose. Funziona sempre per spegnere l'entusiasmo altrui.
  10. Quando e se sarai costretto a smettere di lamentarti, guardati intorno: probabilmente sarai oramai solo come un cane, ma avrai raggiunto il tuo scopo! (E comunque c'è sempre un nuovo branco da attaccare, da qualche parte)



Certo, le persone si accettano per quelle che sono, non bisogna mai cercare di cambiarle. Infatti come al solito tutto si riduce ad una semplice scelta, del tutto personale e del tutto specifica, mutabile caso per caso e momento per momento: andarsene o restare.
Chi vuole vedere cosa c'è sotto la scolla nera? 



venerdì 5 ottobre 2012

In secula seculorum

Per gran parte della vita ci mostrano cosa dobbiamo aspettarci dall'amore. Noi ragazze dobbiamo cercare l'uomo ideale, avvistarlo da lontano, capire che è LUI, quello giusto, con il solo sguardo. 
La verità è che ci preparano ad essere scelte. In realtà siamo noi "quelle ideali" , quelle giuste. Dobbiamo essere carine, se non proprio belle ovviamente, un po' maldestre ma tanto tenere, di buon cuore, anzi buonissimo cuore, pronte a rinunciare a tutto per gli altri, conservando quel pizzico di egoismo che spendiamo per avvicinarci al nostro uomo, a scapito del benessere di amici e familiari. Quel tanto che basta a renderci umane, imperfette, appena macchiate dall'umana debolezza, ma sempre a beneficio di un bene superiore: l'amore vero.
Mille persone hanno scritto che "poi nessuno ci dice com'è dopo". È vero, infatti non vedo perché sprecare ulteriori parole su questo. Il dopo non è sempre rose e fiori, basti dire questo. Ma nella vita vera nemmeno il prima lo è!
Sarò io sfigata che mi devo strizzare in leggings e calzamaglie che la sera devono essere tagliate via a forbiciate per liberarmi, che devo riflettere su ogni parola che la controparte mi dice e a volte - triste ma vero - ridere a battute che non fanno ridere o che non capisco del tutto?
Cioè, sono l'unica sfigata che si deve infilare con la faccia nel fondotinta in previsione dell'uscita, che devasta foreste di kijal (che cosa sarà poi il kijal? in che categoria rientra? animale, vegetale o minerale? È protetto dal WWF e io non lo so? Sto facendo estinguere una specie per combinarmi come Nefertiti?)
per darsi quell'aspetto da Femmina, un po' battona e un po' bambina?
L'occhio smokey, che nel mio caso più che fumè è fumato, mi fa somigliare ad  una polacca sopravvissuta per miracolo ad un pestaggio; il rossetto rosso che per chi ha le labbra a canotto (ma non il fisico della jolie) grida a chilometri promesse che la proprietaria di cotanto musetto non si sognerebbe in realtà di fare manco dopo che sia stata resa una donna onesta; lasciamo stare il phard... l'ultima volta che ho provato a metterlo avevo fatto le trecce, il che significa che assomigliavo a Pippi Calzelunghe, ma la versione battona post fine dei dobloni del tesoro.
Insomma quelle come me si devono arrangiare come possono, magari puntando sui miopi, che ti danno sempre tanta soddisfazione sulla lunga distanza. 
In ogni caso nl nostro mondo non c'è nessun Danny Zuko, nessun Johnny Castle né tantomeno un Sam Wheat, pronto a tornare addirittura dalla morte per la bella faccia nostra.
Vorrei tanto poter imprimere su pellicola le notti insonni pensando ad una persona che non si riesce a capire, che si vuole decifrare ardentemente; vorrei si potesse raccontare il dubbio, quello che ti assale mentre sei a metà scalata, quello che ti fa dire "ma chi me lo fa fare?" e il momento in cui decidi di continuare a tentare o di lasciar perdere. 
E non solo per l'amore, ma per tutto quello che riguarda le grandi conquiste. Nei film, ogni protagonista che si rispetti, subisce a metà pellicola un crollo totale: che sia l' amore, il lavoro, la famiglia o tutto assieme, ad un certo punto si ritrova letteralmente culo all'aria. Per alcuni minuti di film va tutto uno schifo, lui/lei non sa che fare, è alla frutta, la sua vita è finita, distrutta, kaputt, niet, achtung, vorbidden etc etc... e poi semplicemente si rialza. Ha un'idea geniale, magari erano due ore di film che a stento scorreggiava e all'improvviso ha la soluzione! Che ovviamente è quella giusta, che lo diciamo a fare. E tutto si riavvia. E questo è peggio delle cazzate sull'amore (a quello tutto sommato puoi anche crederci, di imbecilli nel mondo ce ne sono a go go, vuoi vedere che non ci sia una percentuale statistica per cui non lo puoi avere pure tu il tuo imbecille personale??) 
Ma il resto no dai. E su. E non prendiamoci per i fondelli. E no. Non ce la faccio.
Sarà l'eta che avanza inesorabilmente, sarà che dopo un po', pur volendo a tutti costi credere alle belle favole, la vita fa di tutto per farti credere solo agli orchi e ai lupi cattivi, ma non riesco più a tratte conforto e speranza dalle storie che mi racconta il mondo.
L'unica cosa vera è che, se accetti le persone il più possibile per quelle che sono, forse potrai svegliarti delle mattine, girarti nel letto, e trovare un motivo per sorridere davanti al tenero orango che sta stronfiando dolcemente al tuo fianco. Emettendo suoni da betoniera inceppata. A volte ferendoti inavvertitamente, mentre sogna probabilmente di essere un trapezista all'apice del più complesso show della sua vita. Insomma si è capito che intendo.

sabato 8 settembre 2012

Ohne Dich



Pensi che la vita sia in un modo, pensi di essere in un modo, e poi arriva qualcuno che ti mostra qualcosa di completamente diverso.
Senza domande, senza preamboli, senza giri di parole, ti arriva dritto al cuore. E parla con la voce degli angeli.




Andrò tra gli abeti
Là dove l’ho vista per l’ultima volta
Ma la sera getta un velo sulla terra
e sui sentieri dietro il ciglio del bosco
E il bosco è così nero e vuoto
Ahimé, ahimé
E gli uccelli non cantano più

Senza te non posso stare
Senza te
Anche con te sono solo
Senza te
Senza te conto le ore senza te
Con te si fermano i secondi
Non hanno valore

Sui rami nelle fosse
ora è silenzioso e senza vita
E il respiro mi diventa così faticoso
Ahimé, ahimé
E gli uccelli non cantano più

Senza te non posso stare
Senza te
Anche con te sono solo
Senza te
Senza te conto le ore senza te
Con te si fermano i secondi
Non hanno valore

giovedì 19 luglio 2012

Don't panic

Sono ad Ischia. Accendo il pc dopo giorni e giorni di silenzio mediatico, una condizione in cui mio malgrado mi ritrovo ad ogni ritorno sull'isola. Fra connessioni costose e ballerine e persone con cui dividere l'unico computer, l'isolamento è il prezzo che mi trovo a pagare per stare in famiglia. Normalmente sclererei dopo poche ore, vista la mia oramai irreversibile dipendenza da internet; stavolta è diverso però. 
Ho passato le ultime settimane napoletane a barcamenarmi tra esami ed impegni di vario genere, una corsa contro il tempo che mi ha messo in corpo un'ansia e un desiderio di fuga dalle responsabilità universitarie senza pari.
Erano anni che non provavo un desiderio così forte di solitudine e calma. Sarà il caldo che ogni anno diventa meno sopportabile, saranno i mille cambiamenti degli ultimi tempi, o forse l'avvicinarsi incombente della tesi di specialistica (e poi? che farò? dove andrò? come mi sosterrò in questo paese?) ma sentivo il bisogno di assecondare l'istinto di fuga, dopo tanto tempo in cui ho puntato i piedi e sono rimasta salda nelle mie piccole e grandi tempeste esistenziali.
Ora eccomi qui, assisa nel mio trono di sole e mare, con nient'altro che qualche ora a settimana per controllare se il modo li fuori sia andato o meno a rotoli, ma senza sentirmi sola. 
Ripenso ai momenti brutti di un anno fa, in cui mi dicevo con la voce "andrà meglio, ce la farai, il tempo cura ogni ferita" senza crederci davvero fino in fondo, ma con la consapevolezza che dirlo mi costringeva e pensarci e a prestare un minimo di fede a me stessa (quante volte diciamo agli altri le stesse cose, vedendo negli occhi dell'interlocutore quel misto di scetticismo incrollabile e travolgente desiderio di fidarsi di noi? Tante, troppe per non avere fiducia nei nostri stessi consigli). Mi guardo ora, quasi un quarto di secolo sulle spalle (ci siamo quasi, e tutti questi compleanni non fanno che ricordarmi la data in rapido e definitivo avvicinamento) ancora una volta sorridente, con qualcosa di bello alle spalle e qualcosa di ancora migliore all'orizzonte. Temo che questi buffi successi sentimentali lascino dietro di sé pericolosi precedenti. Meno fallisco più divento sicura della validità del mio istinto e delle mie scelte, ma temo sempre che prima o poi ci sbatterò la faccia talmente forte che mi ritirerò tremebonda in un cantuccio, a dondolare come rain man, con il terrore cieco di fare qualche cazzata. Insomma diventerò un pelino peggio del resto del mondo, che mi pare faccia questo dalla mattina alla sera. 
Detto così pare che io mi prodighi per questa sorta di onanismo mentale da mane a sera, rimuginando sui perché e i percome dell'esistenza tutta. No, fortunatamente dedico a tale attività solo il minimo sindacale del mio tempo e dei miei neuroni, anche perché sono troppo impegnata ad abbuffarmi come un porcello al truogolo della vita, al buffet della felicità che l'universo mi ha piazzato davanti, cercando di curarmi del futuro il meno possibile, limitandomi a gettare lo sguardo massimo fino al fine settimana.
E' un po' come essere in crociera: il vitto è offerto, è abbondante ed è buono. Oltretutto sai tre cose:
1 - Ingrasserai come una botte. 
2 - Ti divertirai un sacco facendo cose stupide.
3 - Prima o poi dovrai sbarcare, e quando succederà ti sembrerà di essere stata a bordo solo qualche momento, indipendentemente dal tempo effettivamente trascorso.


So già che si verificheranno tutte e tre le condizioni, anche se la prima dovrebbe (spero) essere solo metaforica. Ma in questo momento mi sento in vacanza dalla tristezza, dalla solitudine e dalla disperazione, e voglio godermela tutta.


(Come strillavano i Litfiba "l'amore amaro è un mare meraviglioso e mentale". E quello dolce è anche meglio.)

lunedì 11 giugno 2012

Contesti

Inserire una persona nuova in un contesto è quasi sempre un'impresa abbastanza ardua.
Introdurre una variabile esterna in una situazione già rodata e perfettamente funzionante può risultare una buona idea, come spalmare la Nutella sui Rigoli, ma può anche risultare una pessima idea, come gettare della sabbia in un delicato e complesso ingranaggio.
Vale sempre la pena di correre il rischio? La risposta è Ni, dipende dal grado di dipendenza che si ha verso la persona e verso il contesto in cui la si vuole inserire: la persona X, Tizio, Coso lì, Lui/Lei, vi è necessario come l'aria che respirate? Non potete fare a meno della sua presenza nemmeno quando siete al cesso? Bene, in questo caso, inserirlo/la nel contesto in questione risulterà una scelta ovvia. Ma sarà una pessima idea. Ma non solo pessima. Proprio brutta brutta brutta, cattiva, deleteria e anche un po' morbosa. Ho esagerato? Nah, true story purtroppo.
Se avete amici o amiche come me sapete di che parlo. Siamo possessivi, territoriali peggio di un Ghiottone e poco inclini ad adattarci ai cambiamenti. Il risultato di ripetuti incontri forzati con elementi esterni porterà al moltiplicarsi di problematiche di gelosia, nei casi più lievi; odio profondo verso il "terzo incomodo" (nella sua definizione più ampia, non meramente numerica); inconsuete formazioni di blocchi difensivi, nei quali gli amici si rifugeranno per non dover interagire troppo con la persona X di cui sopra, e così via.
Ingiusto forse? Si, ma quasi inevitabile e magari anche giustificabile in parte.
Nel caso contrario, quello in cui riuscite a fare a meno dello spilapippo di turno senza dover girare con una flebo di Metadone ficcata in vena, allora inserirlo nel vostro contesto di appartenenza risulterà meno necessario. E infatti farete bene, una frequentazione sporadica con il resto delle persone che vi circondano renderà gli incontri molto più piacevoli, meno forzati e vi donerà quell'intimo senso di freschezza sociale come solo una buona dose di Chilly verde sa fare.
Le persone sono più inclini a dividere il bottino costituito dalla vostra persona se non si sentono improvvisamente defraudati dell'esclusiva sulla vostra attenzione.
Ci sono poi i casi speciali, quelli al limite del miracoloso. Casi in cui, durante l'introduzione della variabile impazzita, gli astri si congiungono in maniera mirabolante e il Grande Mattacchione lassù si distrae per qualche attimo. In casi del genere, durante l'incontro di Teano, si accende un metaforico occhio di bue sulla platea, si odono cori angelici provenire dall'alto e si illuminano occhi e sorrisi a destra e a manca. L'amore esplode in ogni sua forma e voi siete totalmente dimenticati dalla folla di conoscenti, amici e amanti, che iniziano ad intessere una rete privata di sentiMIento, di cui non avete nessun merito e in cui possedete il ruolo di rilievo quanto quello di un raccattapalle ai bordi del campo da gioco.
Fidatevi, non capita spesso. Altrimenti non sarebbe un miracolo.
Dunque, tirando le somme, portate gente, mostrate al mondo (e soprattutto agli amici) i vostri preziosi tesori, anche quando sono assolutamente fuori contesto, anche quando sono un po' imbarazzanti per il mondo, ma fatelo con moderazione. Dopotutto il cucuzziello ve lo siete scelto no? Magari il vostro cuore ignaro addirittura squacquarea per il suddetto bellimbusto, il che vi giustifica in ogni caso. Allora sia, mi casa es tu casa, dove c'è gusto non c'è perdenza etc etc... Non tenete il vostro tesoro sotto chiave, ma non imponetelo nemmeno al mondo come se fosse il Messia, il ritrovato Graal, la cura universale per ogni male. 
Come al solito, in medio stat virtus. A piccole dosi una cosa è più buona.

domenica 27 maggio 2012

Attimo

Non sono in grado di fare poesia, e se anche volessi tentare di descrivere quest'attimo non basterebbero le parole che conosco. 
Ti stavo aspettando, e adesso sei qui.
Non andare via.

domenica 20 maggio 2012

Error 404. Answer not found.



PROFEZIA, fatta qualche giorno fa e non pubblicata per l'inutile scrupolo morale del -vabbè magari sono pippe, vediamo comunque come va- che si è trasformato nel gigantesco finale (neanche tanto a sorpresa) -grattiamo il fondo del barile e crediamo a Babbo Natale-.
Lascio integralmente la parte.


"Non puoi sapere il perché di questo pizzico di ipocrisia con cui schermo la situazione reale, il tappeto sotto cui sto nascondendo la polvere. Lancio però dei segnali di fumo. Un amo assolutamente palese, non insulterei mai la tua intelligenza con trappoloni che ai tuoi occhi risulterebbero palesemente grezzi e prevedibili. No, non c'è bisogno di sottigliezze inutili in questo caso, è come giocare a carte scoperte, guardandosi negli occhi. Nessuna pokerface, nessun sotterfugio da quattro soldi. Io so che tu sai che io so.
E tu di sicuro sai come mi sento ora. E "perfettamente bene, grazie!" non è la risposta. 
Non sono disposta a spingermi oltre nei miei tentativi di far funzionare le cose. Siamo in due, o almeno dovremmo essere in due, quindi la fatica va spartita. Se si vuole ovviamente.
Per il momento è difficile sentirmi parte di qualcosa, anzi mi sembra tanto di star giocando da sola per la maggior parte del tempo, ma vorrei davvero che le cose andassero nel verso giusto. E c'è un solo modo corretto di sentirsi in situazioni del genere, c'è un solo stato d'animo possibile che deve dominare tutti gli altri, per entrambi. E ferire non è il modo giusto per raggiungere questo risultato
."



Bene, contro ogni logica, contro ogni buon senso, ho fatto ancora qualche passo verso il baratro, sperando -o solo immaginando- che tu fossi alle mie spalle, pronto a poggiare una mano nella mia e a tirarmi indietro quando fossi arrivata al bordo e alla inevitabile caduta. Ora le hostess nella mia testa mi augurano un piacevole volo, che simpatia.
Ammetto di aver lasciato correre la fantasia abbastanza, con dei freni necessari ma d4ecisamente laschi una volta tanto, perché è giusto anche sperare, sognare, fantasticare come una ragazzina visto che per la maggior parte del tempo devo fare l'adulta compassata di sto cazzo. Ma un po' di confusione c'è stata, indipendentemente dai miei voli pindarici. La paura nelle cose nuove c'è, ci deve essere, altrimenti saremmo una manica di pazzi furiosi che non fa altro che lanciarsi nel vuoto dalla mattina alla sera, ma non può condizionare estremamente l'esistenza. Se è di paura che si tratta ovviamente... non ho la presunzione di credermi tanto perfetta e tanto desiderabile nella vita dell'umanità intera da non sapere che posso semplicemente non andar bene. Ma non sono stupida e traggo le mie conclusioni da qual che vedo. 
Partendo dal presupposto che fosse tutto vero (altra variabile impazzita: la menzogna. Fingiamo che sia tutto reale e non complichiamoci la vita ulteriormente per ora.) ci sono stati momenti in cui ci ho creduto davvero, non perché abbia particolare fiducia in te, ma perché le circostanze mi hanno fatto pensare che stesse tutto prendendo una piega concreta. Quanto posso darmi della stupida, se certe cose sono successe e certe altre sono state dette e fatte?
Eppure me lo dico da ore che sono una povera cretina ad aver tentato il tiro di dadi, fallendo miseramente. 
Vorrei solo sentirmi meno misera, meno vuota, meno meschina... meno sola.
Vorrei solo fare una scelta fatta bene, vorrei solo che questo telefono squillasse, nella vaga, vaghissima speranza che non sia stata tutta una pallida illusione, che io non sia di nuovo qui, a darmi la colpa di tutto questa voglia di amare, di cui non so più che farne.

mercoledì 9 maggio 2012

Il dilemma dello Scuncillo

Non so di preciso come iniziare questo post. Per determinati argomenti non ci sono frasi ad effetto che tengano, bisogna fare le cose un po' alla carlona, rompere il ghiaccio e sperare che il monologo venga fuori autonomamente.
Sono in ansia per questa partenza, questo viaggio che non posso definire propriamente "di lavoro" perché l'unica definizione che mi sembra corretta è "catartico". 
Ottocento chilometri, parte dei quali solcherò personalmente, che ci separano da un' esperienza nuova, sicuramente eccitante ma anche decisamente spaventosa.
Sarà che quella lucina rossa sta perseguitandomi senza pietà, di giorno e di notte, agitando il mio sonno e condendolo di simboli ansiogeni (tunnel, cunicoli, piccole gallerie come uniche vie d'uscita/entrata per posti indispensabili da raggiungere); sarà che una cosa così nuova e così grande proprio non te la puoi gustare se prima non mastichi un po' del tuo stesso stomaco per l'eccitazione... 
O forse semplicemente mi trovo davanti alla solita problematica, ovvero il dilemma dello Scuncillo: la componente genetica dell'isolana prende il sopravvento, inizia a scalpitare -come da copione- per emergere e avere la meglio. Mai, MAI mettere a rischio lo status quo. 
Perché variare? Perché venir fuori dalla rassicurante routine di questa quotidianità stabile e faticosamente conquistata? Milano? Televisione? Diretta? Chi mai potrebbe desiderare tutto questo? Solo un folle cazzo!
Quindi, ogni volta che qualcosa di nuovo bussa allegramente alle porte dell'esistenza, qualcosa di vecchio rispunta fuori e cerca di bloccare la serratura con un piede di porco arrugginito, sghignazzando. 
E quindi parte la controffensiva, la razionalità tira fuori le unghie e inizia a contrattaccare, brandendo ogni brandello di buona ragione contro l'istinto, che intanto preme sugli argini della mente cercando di sfondare le barriere e dilagare fino ad annichilire ogni logica resistenza.
E dove sono io in tutto ciò? Me, il povero ospite di questo scontro fra titani, un misero ed inutile involucro di carne che non ha parte alcuna -né potere tantomeno!- in questo palcoscenico delirante, in questa lotta senza quartiere. 
I miei pensieri gangsta, con tanto di bandane e collanoni d'oro, sparano senza pietà sulla folla, correndo in una caddy lucente sulle sinapsi, diffondendo il panico. E la pula, il fascio, la madama neuronale è all'inseguimento e li soffoca a manganellate appena arrivano a portata di braccio. 
E io sto li, tremebonda in un angolo, seduta per terra, schiena a muro, dondolando nel migliore stile Rain Man - assolutamente i fottutissimi 8 bastoncini! almeno quelli cazzo! - aspettando che il peggio passi e una delle due parti abbia la meglio e mi lascino finalmente rifiatare. Sono alla mercè di me stessa, che brutta cosa. 
Mentre in me si estrinseca a suo modo una delle tante forme del dualismo di Empedocle, io trovo riparo dove posso: libri, serie, fumetti, gattini. Oggi nulla di tutto ciò funziona, quello a cui vado in contro è un pelino fuori dell'ordinario quindi la solita sbobba non basta. 
Mi guardo intorno leggermente disperata, sfregando le mani nel tipico gesto degli ossessivi compulsivi senz'appello e, un secondo prima di gettare la spugna e abbracciare l'idea di catafottermi dalla finestra per mettere fine a tutto questo, un pensiero mi travolge...
Più che un vero e proprio pensiero è una serie di impressioni e ricordi fugaci, che formano immagini nella mente, ovattando i rumori della battaglia e incasellando i tasselli al giusto posto: un profumo mi solletica il naso, il fantasma di un gesto rievoca un ricordo tattile sulla pelle, una frase, una sola frase che mi ha spiazzata (pensavo di essere la sola a notare certi dettagli, certi ritmi interni, ma poi...) una penombra condivisa e l'eco di una risata profonda e vibrante. 
Apro finalmente gli occhi. Qualsiasi cosa dovesse accadere domani, in qualsiasi momento tutto questo dovesse aver fine e per qualsiasi motivo, oggi sono stata veramente felice. 
In troppi lo hanno detto per poter citare alla lettera, ma il succo è che la qualità della vita non si misura in base a quello che possiedi, bensì in base ai rapporti che intrecci. 
(Quello che conta, in fondo, è sempre provare.)

venerdì 4 maggio 2012

Rerum Comicarum Fragmenta

Eccoci. Siamo sopravvissuti, non si sa come e non si sa perché, a questa nuova ondata di follia primaverile chiamata Comicon. Quando noi si sia deciso di metterci volontariamente in ridicolo, esponendoci allo scherno di grandi e piccini e al pubblico ludibrio non mi è dato sapere. Fatto sta che qui non si batte la fiacca e ce la si mette tutta per rendere epica una vita altrimenti noiosamente normale.

Il racconto di certi straordinari accadimenti di cui sono stata partecipe si svolgerà diviso in capitoli, per meglio permettere a me di organizzare le idee ancora confuse dalla stanchezza e a voi di dare una collocazione temporale a questo caos epico chiamato Comicon. 



INTRO. GIORNO DI MONTAGGIO


6:00 di mattina, una sveglia suona in quel di Rione Alto. Uccellini polifonici svegliano le due improbabili cenerentole addormentate come sassi in un salotto a caso. Cercare di ignorare quegli acuti meccanici è uno spreco di energie talmente insostenibile che decidiamo di sollevare le membra e iniziare la giornata. Dopo vari incontri/scontri per accaparrarci un posto in bagno e diversi incidenti domestici (dovuti perlopiù ad indruppicamenti vari in un cane paglioloso e sovreccitato) usciamo di casa, alle 7:01
Il viaggio è apparentemente quello di sempre: tangenziale-autostrada-boscoreale; unica differenza è che stiamo andando a recuperare un gigantesco Trono di Spade, ma il dettaglio è ancora trascurabile. Arrivati al magazzino ci arrabattiamo per far salire tutto sul camion, Gigantesco Trono compreso e ripartiamo alla volta di Mostra. Miracolosamente i materiali arrivano senza incidenti e possiamo procedere allo scarico. 



Momenti Epici:
- i chiodi che abbiamo miracolosamente trovato già posizionati nelle zone in 
cui sarebbero stati assolutamente indispensabili, e che ci siamo limitati a "mettere in sicurezza" ("in caso che qualcuno tipo salti e dia una capata alla colonna aprendosela su questo chiodo, che era già qui da prima." Leonardo cit.)


- gli scaricatori che hanno fatto la pausa pranzo con pizza nella nostra zona Pathfinder, smerdando qualsiasi cosa con la salsa, e la vena sul mio collo che si gonfiava goccia dopo goccia (ma dico, il truogolo dei maiali no?)


- il piccione che ha cagato anche il panettone del '62 sulla Barriera, subito dopo che l'avevamo meticolosamente lavata, disinfettata e risciacquata (della serie magni grazia di dio e caghi diavoli...)


- il culo di Giovanna. E' sempre epico.


Dopo aver dato un senso ai nostri 30 metri lineari di colonnato abbiamo abbandonato campo di regata, tornando a casa per prepararci all'apertura della fiera...


PRIMO GIORNO. NASCUNNIT E CURTIELL.


Alle 9:00 arrivo a Mostra. Buona parte del gruppo è già li che attende sotto il sole. Ci aggiriamo qualche minuto senza scopo, ciurliamo nel manico quanto basta perché io mi senta autorizzata ad andare a scassare un po' le palle ai cancelli. Intercetto il nostro referente, entro. Dopo una breve colluttazione amichevole mi vengono consegnati dei pass e dei bracciali che, ignara, distribuisco secondo uno schema che nella mia testa aveva senso. Ai cancelli non ci fanno entrare, pass e bracciale vanno assieme. Torno dal referente che mi da qualche altro pass+bracciale. La situazione varia impercettibilmente, anche perché qualcuno riesce ad entrare con manovre di dissimulazione che tutt'ora mi sfuggono. Dopo un'ora passata a colluttare sempre meno amichevolmente alla porta riusciamo ad entrare tutti, molti con pass e bracciale, altri in modalità stealth.
I nervi sono già provati, tanto è vero che arriviamo alla postazione, montiamo, ci vestiamo, e iniziamo ad ululare fra di noi senza motivo apparente. Dopo che fulmini e saette sono volati in tutte le direzioni ci calmiamo, ci guardiamo in faccia e viviamo uno di quei momenti di telepatia salvavita. Nella mia testa risuona il motto dei The Jackal "dobbiamo restare uniti!!". E il Comicon ha finalmente inizio.

La gente entra, inizia a farsi fotografare sul Gigantesco Trono senza che questo prenda fuoco, parte un torneo di Pathfinder e riusciamo anche ad organizzare un paio di tornei di spada, nonostante i nostri competitors abbiamo altoparlanti e casse di cui noi siamo sprovvisti. Ma la figaggine domina e il primo giorno passa senza intoppi.


Momenti epici:


- Augusto Izzo che, indomito, inforca il mantello e inizia a girare per la fiera agitando lo strascico e declamando "I'm the King in the Nooooooorth!"


- Mauro Cozzolino aka Re Robert Baratheon che si mette a ballare sulla pista della Wii




SECONDO GIORNO. AL CENTRO, PRONTI, A VOI!


Ore 9:00, di nuovo. Ai cancelli, di nuovo. Senza ingressi, di nuovo. 
Piovvero polpette e volarono carciofi, si cercò di risolvere il problema. Si riuscì. Sorvolerò sul come e perché, ho un solo fegato e occupa già troppo spazio al momento.
Il secondo giorno ci ha colti meno impreparati. The King in the North e Kahl Drogo sono giunti a noi recando meraviglie tecnologiche degne di un palco. Casse e mixer vennero posizionati, venne creata la piattaforma audio meglio organizzata del Comicon e si diede inizio alle danze. 
Si inizia con una serie di incerti cambi al microfono e diversi errori di pronuncia sia del nome dell'associazione che del nome del progetto (un minimo di ansia da palcoscenico e nessuno riesce più a collocare una Esse finale al giusto posto) per finire con l'appioppare il temuto gelato del terrore ad una purpessa ignara, che passava di li per caso ed era intenta a purpeggiare in giro per altri importantissimi affari. Troppo tardi. Da quel momento in poi è iniziato il più grande smerigliamento di prostata dell'intera fiera. Siamo andati completamente in loop, incuranti del volume, degli altri standisti, della folla. 


Momenti epici:


- "..iscrivetevi al torneo di spada LARP dei Cantori del Westeros, in palio per voi una fantastica Patana!"


- Standista a caso, rivolgendosi a me: "scusa, ma non è che puoi fare un minuto di pausa? abbiamo capito che c'è il torneo..." Io "No. Morirò aggrappata a questo microfono, e porterò con me quanti più di voi è possibile"


- Ygritte, in un momento di svenimento: "Prendetemi a schiaffi!" 


- i capelli a vulcaniano di tizy e giovy. Non aggiungo altro.


- il pezzo di plum cake che ho porto a Martina/Cersei che ha perso la presa e lo ha fatto precipitare nei meandri delle sue discrete tette. Una squadra di soccorritori è ancora all'opera, ma al momento non abbiamo notizie di un ritrovamento certo.


- I bacetti amorevoli che si sono lanciati Giuseppe (Mua's boyfriend nonchè tuttofare non ufficiale dei Cantori) e Giuseppe/Drogo. Non ce la faccio.




TERZO GIORNO. EFFETTO DOMINO (O DAMIANO).


Il terzo giorno inizia alla solita maniera, ore 9:00 ai cancelli, questa volta muniti di pass e bracciali abbinati secondo le giuste regole di cromia (grazie sopratutto a Federica Ferruzzi che ha fatto un grande lavoro di taglio e cucito per rendere invisibili i rammaggi vari)
La giornata è afosa, c'è una cappa di calore immensa e l'aria si respira a cucchiaiate, avendo raggiunto la densità delle gelatine alla frutta.
Inforchiamo le nostre uniformi, che dopo 2 giorni di caldo e fatica vengono trasportate in pratici contenitori di piombo immersi nell'azoto liquido, e ci mettiamo a lavoro. Passano appena un paio d'ore prima che alcuni di noi inizino a seguire l'esempio dato da Ygritte il giorno prima: le ginocchia vanno in pliè, i bulbi oculari si rovesciano e ci ritroviamo stesi sul cemento a fissare il soffitto della Barriera. Fra perdita di sali minerali come se piovesse, sole in testa e simpatici corsetti era solo questione di tempo. Ho un vago ricordo di Teresa/Sansa che mi lava i capelli con una bottiglia di acqua Prata, Tiziana/Daenerys che azzanna un gigantesco sfilatino osservando la scena con interesse e una palla di zucchero filato che Renato Zero mi porge. Ma forse sono un po' confusa.
Anche la Vichinga romana Marianna ha un cedimento improvviso, il che ci segnala che la fine è disperatamente vicina. 
Tuttavia, dopo un rapido pasto leggero (un paio di panini, mottini, biscottini, bambini...il solito insomma) torniamo indefessi alle postazioni. Io esco in borghese e mi piazzo al mixer con le fedeli compagne di avventura Marianna e Martina e iniziamo a spammare nuovamente le varie attività. Dopo due giorni di tornei iniziamo a riconoscere alcuni volti, che nel corso della fiera diventeranno tragicamente familiari...
Molti dei partecipanti hanno suscitato il nostro stupore più profondo quando, dopo aver visionato il loro modo di compilare le liberatorie per competere, ci siamo rese conto che avrebbero dovuto firmare con una X dato il livello medio di alfabetizzazione (o è proprio la modulistica che vi mette in difficoltà povere stelle?)
Per punizione abbiamo storpiato i cognomi scritti nelle clasiche zampe di gallina e li abbiamo affibbiati ai proprietari per tutta la durata del torneo.
Un encomio speciale va al nostro preferito, lo sfigatissimo Damiano Napoli (in realtà si chiama Demetrio ma continuo a sbagliare nome) che ha tentato con tutte le forze di arrivare a vincere la Katana/patana/banana, ma che si è trovato ogni volta miseramente travolto dalla calamità naturale Peres, ovvero lo schermidore che combatte tenendosi il pacco per non perdere i pantaloni e vince pure. Praticamente l'Oliver Twist degli spadaccini, e lo avevamo noi...
Data l'interessante presenza fisica del sunnominato Damiano e la sua sfiga cronica, in MariannaLaValkiriaRomana è partito l'omone, il complesso della crocerossina, insomma la fregola e ha iniziato a proporsi come premio di consolazione per il povero cucciolone dagli occhi blu. 


Momenti epici:


- Carolina Satta che è diventata grazie a me Caterina Satta.


- "vince il Torneo di Spada dei Cantori del Westeros Francesco Peres"
- "vince il Torneo di Spada dei Cantori del Westeros Francesco Peres"
- "vince il Torneo di Spada dei Cantori del Westeros Francesco Peres"
- "Francesco Peres è pregato di allontanarsi dal banco delle iscrizioni...."


-  Io: "Francesco Patato vince lo scontro" Lui: "sono Petito" Io: "... no, da questo momento sei Patato. La prossima volta non scrivere in kilngon"


- il momento in cui i ragazzi della security del torneo stavano per collassare sotto al sole: Leo/Oberyn dello stesso colore della casacca e Marco/Jaimie che perdeva taglie a vista d'occhio sudando nella guadrappa di ecopelle. 


- noi alla consolle che mandavamo Lex/Jon a rifocillare "i ragazzi" con acqua, che lui dava ai partecipanti al torneo...


- Francesco Viserys che andava in standby appoggiato sul tavolo di Pathfinder oppure in posa nella zona Dothraki per 3 ore di fila, senza muovere un muscolo e, si sospetta, anche senza respirare.


- Salvo/Jorah che ha arbitrato uno scontro singolo e, distratto da un compagno, ha lasciato allo stato brado i contendenti, che hanno iniziato a spaccarsi la faccia a spadate senza pietà. 


- Paolo Benjen Stark che era l'unico fra 44 di noi che era entrato talmente bene ne personaggio da fare la ronda alla Barriera senza sosta...avanti, indietro, primo giro con sigaretta, secondo giro con guanti alla cintura...pausa per scrutare l'orizzonte e poi via, di nuovo, verso nuove avventure nella terra dei bruti...


- i 5 etti di cacuette che Robert Baratheon ha fornito a me e Cersei, devastate dagli eventi, e che abbiamo condiviso con qualche fortunato al banco della truccatrice.


- le stesse cacuette che sempre Re Baratheon mi ha simpaticamente lanciato nel corsetto a più riprese, approfittando della mia quasi morte celebrale da stanchezza.


QUARTO GIORNO. NATO A SPAGNA.


No cioè. E chi immaginava che il lavoro in assoluto più divertente fosse fare il burocrate?
Anche il quarto giorno per me è passato al microfono, insieme a Peppe deCarolina e Martina deRoma, senza i quali avrei fatto un casino epico con i tornei di spada e avrei staccato la testa a gente random per l'isteria.
Visto che la povera Martina era stata eletta collaboratrice domestica di Robb Stark ed era intenta a ricopiare i difficilissimi indizi della neonata caccia al tesoro dei 7 fottutissimi regni, mi sono trovata a gestire le liberatorie che gli spadaccini de noaltri dovevano firmare per ammazzarsi in tutta sicurezza. 
Oltre ai cognomi scritti con la calligrafia di un afasico motorio grave o comunque in un alfabeto non esistente (motivo per il quale molti giocatori sono stati ribattezzati senza pietà alcuna) la parte più divertente era costituita dalle risposte ai complicatissimi quesiti formulati dal modulo, esempi:


- D.J.F. (punteggiamo per la privacy dai): Nato a.........SPAGNA
(tua madre si è data un bel da fare a correre in giro per un paese intero per metterti al mondo. Forse ha fatto come Achille quando uccise Ettore, e ti ha trascinato in giro attaccato al cordone. O magari ti ha partorito paracadutandosi sul paese).



- F.P. ll cui documento era stato emesso il 12/03/09, dal 12/03/15. L'unica carta d'identità emessa da una data piuttosto che da un comune.


Innumerevoli sono stati coloro i quali hanno posto LA domanda: cos'è C.I.? come riempio questo spazio punteggiato senza sapere cosa mi stai richiedendo?? Cosa saranno quelle due infide lettere maiuscole puntate che mi guardano con aria minacciosa?


In pratica, come dicevo prima, mi sono stupita che molti di loro non firmassero con una semplice X traballante.
Intanto, a pochi metri dalla consolle, era in pieno fermento la caccia al tesoro, pilotata dall'unico e solo King in the North. Damiano/Demetrio Napoli era uno dei concorrenti che, pur essendo arrivato in ritardo, ha bruciato completamente le altre squadre stravincendo alla grande. Colte di sorpresa da questa stravagante fortuna dello sfigato nazionale, io e Martina ci siamo guardate intorno, consce che qualcosa era cambiato...mancava Marianna. Fare il collegamento è stato semplice: Marianna di sicuro stava tampinando il suo amato, facendo arrivare la sua squadra per prima agli stand dove erano nascosti gli indizi. Fortunatamente alcuni minuti dopo la Valkiria è ricomparsa, azzannando una montanara, con il volto cosparso di farina e olio di frittura. Ha negato ogni coinvolgimento nella vittoria di Demetrio, affermando in sua discolpa che se avesse perso avrebbe potuto ritentare ad offrirglisi come premio di consolazione (e ha fatto il classico gesto di sfilarsi la maglia, con ancora in mano la pizza e masticando come un lama. Vogliamo ricordarla così)
Dopo la vittoria, del tutto inaspettata ovviamente, di Peres che ha posto fine ai tornei, abbiamo iniziato a dar fuori di matto, come ogni volta che la fine della fiera si avvicina. Il pc di Martina/Cersei è stato collegato alle casse e abbiamo fatto partire la musica (addio e grazie di tutto il pesce sarà la nostra colonna sonora a vita) perdendo ogni residuo di serietà, ogni brandello superstite di decenza, ogni spirito di professionalità. Gente si è lanciata in balli scatenati, abbiamo fatto dei can can e messo in pratica altre preformace per cui eravamo fisicamente inadatti, finanche sotto la pioggia, fino a che la ragione ha avuto la meglio e abbiamo iniziato prima a smontarci noi e poi a chiudere baracca. 
Ovviamente, come da tradizione, il casino che ci portiamo dietro nel post fiera si è trasferito da Mostra allo Zen II per la classica mangiata di Giappo conclusiva.


Momenti epici:


- la pioggia che ha iniziato a cadere a gocce di circa un gallone, proprio mentre eravamo sul palco, e la folla che ha tentato di sfondare le scenografie per ripararsi sotto i porticati.


- la ciardona iscritta alla caccia al tesoro che ha rischiato l'infarto per percorrere i 30 metri di scenografie alla ricerca degli indizi, nonostante la specifica che gli stessi erano stati dispersi DAPPERTUTTO nella fiera TRANNE che nelle nostre scenografie. 


- la sfida a spadate fra me e Giovanna, che mi ha simpaticamente perforato il plesso solare con un affondo decisamente sleale. Ricordate di puntare alle zone vitali con quella piccola e agile stronzetta (in tutto ciò combatteva con i capelli a vulcaniano, le lentine rosse e l'eccitazione da adrenalina sul volto satanico)


Forse nella narrazione ho saltato qualcosa di fondamentale, forse il racconto è troppo incentrato sul lato della fiera che ho potuto vedere con i miei occhi, ma  come per ogni anno c'è qualcosa di obiettivo, qualcosa di oggettivamente misurabile: è stata un'esperienza esilarante e coinvolgente, quest'anno più che mai visto che ho conosciuto molte altre persone che in tanti mesi hanno iniziato a far parte della mia vita con costanza e regolarità e con cui spero di poter replicare, qui o altrove. Stiamo mettendo su una squadra di tutto rispetto e mi piace pensare che le persone di cui è composta, almeno in parte, possano essere anche amici. Nella vita ho imparato a misurare il valore delle persone e, per quanto io possa essere stata spesso insopportabile ed eccessiva, vorrei che tutti sapeste che mi è piaciuto moltissimo lavorare con ognuno di voi. E mi è piaciuto ancora di più NON lavorare con quelli che ho avuto l'occasione di frequentare al di fuori del progetto Got. Certi giorni/sere/notti resteranno nella mia top ten personale per molti anni a venire e spero che ce ne siano altre da aggiungere alla lista. 
Vostra
F.













domenica 22 aprile 2012

Ti voglio bene

Ti voglio bene.
Su questo blog ti ho scritto milioni di volte, ho parlato con te nella mia mente virtuale per raccontarti la mia vita, per sfogarmi, per farmi passare la rabbia e per cercare di trattenerti, di non lasciarti andare.
Il formicolio alla bocca dello stomaco si riaccende, il desiderio di stringerti fra le braccia è troppo forte, stento a trattenerlo e devo restare sulle mie per non eccedere. Dopotutto facciamo i primi passi in questa nuova relazione stravagante. 
Ci conosciamo in maniera intima e profonda, eppure non possiamo dirci tutto perché mille sono le implicazioni di ogni singola parola detta. 
Alcune rivelazioni potrebbero ferire ma poi riflettendoci... il male che ci siamo fatti -involontariamente- è stato così grande da non lasciare spazio per nulla di peggio. O almeno così pare. Oggi ho voluto fare il salto nel vuoto, ho spinto la conversazione a mio rischio e pericolo sul binario inevitabile che un giorno avrebbe imboccato (rimandarlo non lo rende invisibile. Sarebbe stato li in agguato per sempre fino a diventare un babau spaventoso e innominabile. E io non vivo le cose a metà, sopratutto non con te) e miracolosamente tutto è andato bene. Pensarti fra altre braccia con dolore e gelosia sarebbe ipocrita quando io per prima cerco riparo in altre strette.
Ritrovarti è stato dolce e amaro, perché dolce è riaverti con me ma so anche che molto è perduto. Un anno di vite diametralmente opposte quanto può allontanare? Ma forse -forse- ora nuotiamo uno verso l'altra e non in direzioni diverse, quindi la speranza di colmare la distanza cresce ad ogni bracciata-
Oggi ancora una volta mi si bagnano gli occhi in tua presenza, stavolta di commozione, ma trattengo le lacrime perché non voglio che tu mi veda sempre così. Voglio ridere con te, non piangere per te. Se l'amicizia può trasformarsi in amore allora anche l'amore può tornare ad essere amicizia? 

mercoledì 11 aprile 2012

Cuori infranti

Dio quanto fa male.
Un altro buffo risveglio, fatto di risate e aspettative che, miseramente, inevitabilmente si trasforma, minuto dopo minuto, in una mattinata di favori, poi in un arrivederci arido... e scivola via, verso una giornata vuota, che si trasforma in sera e poi in notte. Ancora una volta, per colpa mia, sono qui che scrivo, senza voglia di far nulla se non lasciar rotolare via le ore sperando con tutte le mie forze che trascinino via questa malinconia velenosa che mi serpeggia nel petto.

Mi rendo conto che sto lanciando disperati segnali di aiuto che nessuno può cogliere, mi industrio pateticamente come una formica, nell'attesa e nella speranza che chi di dovere si accorga di quanto unique io sia, di quale diamante grezzo abbia fra le mani, di quanta felicità e divertimento siano pronti e maturi sul mio albero della vita, desiderosi di essere colti di nuovo, ancora. Poi mi guardo allo specchio, vedo il mio riflesso stanco e accanto a me solo il vuoto. Perché lasciare spazio? Perché non proseguire sulla linea che avevo sapientemente tracciato?
C'est la vie, mi rispondo da sola. Dovevo saperlo che mi sarei impelagata con la persona sbagliata, l'unico di tutto il circondario che ce lo vuole abbastanza da scardinare i miei principi, ma non tanto da fare l'ultimo passo. Cerco di ricreare quel miracolo per cui una notte io e te ci guardammo negli occhi e scoprimmo che tutto era spalancato, che ci eravamo gettati a capofitto nella meraviglia l'uno dell'altra, senza timore alla fine, senza possibilità di sfuggire.
Sono andata oltre te, con fatica e dedizione, ma ci sono cose che mi hanno segnato e che non posso cancellare (e non vorrei mai farlo).
La razionalità mi dice che non è possibile che io, me, questo che sono, possa in alcun modo ripetere l'esperienza -miracolosa come dicevo- di convertire con la sola forza della pazienza e con l'aiuto di qualche buona qualità un altro nulla in qualcosa di più. Eppure mi ostino a credere che succederà, che un giorno quello sguardo si poserà per più di qualche attimo nei miei occhi e si soffermerà, come il tuo, a scavarmi dentro. E che non si limiterà tutto alla notte, che non finirà in un solo fuoco ogni volta, ma che la fiamma resisterà. Per farmi credere ancora una volta che andrà tutto bene, che nonostante tutto non sono completamente sbagliata, completamente sola.
E li scelgo come te. Ma tu eri diverso. Mi hai voluta abbastanza, mi hai amata abbastanza, in modi diversi e perciò forti insieme. Eravamo strambe anime affini, ci siamo accompagnati per un po' su questa strada gibbosa e stancante, fino al bivio inevitabile. E ora io sono ad un altro bivio, stavolta da sola: continuare caparbiamente lungo questa folle rotta o provare altre strade?
Non lo so, devo prima capire se è tutta questa storia ad essere brutta o se è solo questa nottata a fare schifo.



giovedì 29 marzo 2012

Month

Manca un mese. Fra trenta giorni, a quest'ora, staranno quasi per aprirsi i cancelli della fiera. Immagino le persone in fila fuori, i cardini che iniziano a girare e noi in prima linea, leggermente piegati sulle ginocchia, come gli Ent chinati per resistere all'assalto violento delle acque della diga di Isengard.
Va bene, ammetto che potevo trovare un paragone leggermente meno epico, ma non ho saputo resistere alla tentazione. E comunque l'immagine non si allontana poi tantissimo dalla realtà dei fatti. Sarà un delirio.
Tutto quello che abbiamo messo su sta prendendo una forma quasi definitiva, le idee escono dalla nebbia delle possibilità e i contorni si fanno più netti. Ogni giorno che passa mi accorgo di star trattenendo il fiato: se continua così le ultime due settimane le passerò in apnea.
L'anno scorso svolazzavo amabilmente tra gli impegni, aspettando semplicemente che arrivassero quei tre giorni, un po' emozionata di sicuro, ma con un atteggiamento assolutamente hippy. Ed eccomi adesso, 365 giorni dopo, a torcermi le mani metà per il desiderio di essere li e metà per ansie e paranoie varie ed eventuali.
La mia mania di controllo guadagna tacche a vista d'occhio, come un termometro al mercurio infilato nel brodo bollente; cerco di tenermi a bada da sola con frusta e sedia ma è quasi tempo sprecato, soprattutto dal momento in cui ho iniziato a sognare la fiera e tutti gli annessi e connessi quasi ogni notte.
Prossimamente digievolverò in un'Idra, una pazza da catena, una stronza senza appello. Chiedo venia in anticipo per una parte degli strilli che tirerò, anche se di sicuro l'altra metà sarà giustificata.
Per sempre vostra
Asha con l'ascia.

lunedì 26 marzo 2012

Delirium post adolescenziale. E me ne scuso.

Lo so, lo so che non sono il tipo di donna per cui un uomo farebbe pazzie.
Sono consapevole, fin troppo, dei miei limiti, della mia mediocrità.
I punti di forza, quelli che fanno pendere la bilancia del fascino, sono pochi, e la maggior parte di essi non è immediatamente visibile, so anche questo.
Sono equilibrata, non faccio fottute scenate, non pretendo nulla di particolare, insomma il minimo sindacale, poi sono elastica e disponibile. Se mi impegno posso essere la fottuta antitesi delle donne di cui vi lamentate tanto, costantemente. E non perché sia una brava attrice, ma solo perché così ci sono nata. Non mi sforzo più di tanto per essere una persona normale. E non me ne frega un cazzo del viaggio a Parigi, i fiori mi fanno pensare alle tombe e il cioccolato -cazzo quello lo vorrei- puoi tenerlo... ma cazzo, almeno un segno! Uno piccolo, che mi faccia sentire meno Oliver Twist con l'utero, meno abbandonata in questo mare di silenzio, in questa valle di lacrime desolata.
Non puoi farmi sentire meno sola? Il sole porterà di nuovo via tutto, nasconderà invece di mostrare, come al solito. Ma stanotte, almeno stanotte, fammi compagnia.

domenica 25 marzo 2012

Partenze

Mattina. Il sole scotta sulla pelle, riverberando attraverso il vetro macchiato di sale, mentre Etta mi strilla nelle orecchie quanto il nostro sia un mondo di uomini.
Sotto di me il liscio tappeto di velluto azzurro, talmente voluttuoso e soffice che fa venire voglia di sporgersi per accarezzarlo.
Tracce di un odore invitante nelle narici, mi seguono da quando ho chiuso la porta di casa, riportandomi alla mente migliaia di sensazioni.
Siamo nel mezzo del nulla, ma oggi mi sento in equilibrio: dietro di me una vita, davanti un'altra; mi bastano solo una valigia e un mazzo di chiavi per passare dall'una all'altra. Entrambe sono un richiamo irresistibile, ma per ora c'è solo il mare. Guardo i riflessi abbaglianti del sole sulle increspature dell'acqua e cerco tracce di qualcosa che si inabissa, magari un delfino, magari qualcosa di più misterioso. Il mare è il solo che ancora fornisca sogni e illusioni in versione integrale, liberi da fastidiosi interventi realistico-razionali fuori luogo.
Vorrei solo essere li fuori, a prua, per metà fuori bordo cercando di acchiappare ancora di più gli spruzzi, come quando ero bambina e filavamo in barca a vela verso mete sconosciute. Ero forse troppo piccola per ricordare i dettagli, ma abbastanza grande da fissare le sensazioni nella memoria, supportate da flash, immagini in ordine sparso che si sovrappongono e si confondono nella fretta di essere viste per quel breve momento...forse nessuna ha legami con le altre, ma insieme formano una storia che viaggia attraverso epoche diverse, barche diverse, persone diverse, alcune ancora presenti, altre no.
Microsecondi, millimetri di pellicola mnemonica che scorrono ad una velocità surreale; sono brevissimi e quasi inafferrabili ma sono in Technicolor.
D'altronde sono le uniche cose che mi importa ricordare; nel grigiore sbiadito di un passato quasi inesistente queste memorie sono come frammenti di vetro colorato e brillante, liberi dalla complessità di questo presente vivido, ma incerto e faticoso.
Ed eccoci giunti a destinazione.

lunedì 19 marzo 2012

Relationship

Relazioni. Rapporti umani. Quanto sono complicati.
Tempo fa pensavo che la mia vita fosse perfetta così com'era: la persona perfetta, la routine perfetta. Quando la secchiata d'acqua gelata (sveglia esistenziale) mi ha buttato giù dal mio letto di nuvolette rosa del piffero ho visto le cose sotto un'altra prospettiva. Il primo periodo in genere è quello in cui allo specchio ti vedi come una romantica eroina abbandonata; ti vedi sorseggiare del vino rosso con lo sguardo romanticamente perso nel vuoto


e invece la tragica realtà è tutt'altra


Passato questo momento di disastro esistenziale (che in casi tragici può durare interi lustri), si inizia a guardarsi indietro con meno paura e a riconsiderare il tempo passato con più spirito critico.
Dopo più di un anno da single mi rendo conto che sono milioni le cose che ho fatto - all'inizio per riempire i vuoti e poi per il semplice gusto di farle - che prima non mi sarei nemmeno sognata di pensare. Accontentarsi è la chiave delle relazioni durature, evidentemente. Se si avesse una spinta troppo forte al nuovo, una curiosità troppo spiccata per ciò che c'è fuori, nessun rapporto durerebbe. Amare ti porta a tagliare fuori il resto, a basarti su un'unica persona che, se malauguratamente viene meno, lascia un vuoto talmente enorme da colmare che non importa quanto tu sia forte e quanto possa aver affrontato nella vita: quella mancanza ti devasta in maniera apparentemente irreversibile.
Poi un giorno ti svegli. Nessuno si riprende alla stessa maniera, nessuno nello stesso lasso di tempo. Semplicemente arriva il giorno in cui si smette di esistere e si ricomincia a vivere (si, sto parafrasando Wilde, lo so e lo cito!) che sia per merito proprio o per merito di un'altra persona che colma con la sua presenza il vuoto lasciato dal predecessore.
Personalmente preferisco la prima opzione. Per quanto tempo ci voglia per tirarsi su, per sputare la polvere e l'amaro disgustoso che i bei ricordi lasciano in bocca, rialzarsi da soli è la vittoria definitiva, è la prova di coraggio 2.0. E si, ci vuole anche un po' di culo, diciamolo.
La cosa positiva e negativa insieme è che si sviluppa, in questi casi, una gran diffidenza verso l'esterno. Si possono intrattenere i rapporti più disparati, occasionali o duraturi che siano, ci si può divertire o decidere di praticare per un po' l'ascetismo, ma lo si fa con più consapevolezza e con meno leggerezza. Almeno nel mio caso è così. Se per qualche minuto mi sono abbandonata a romantiche fantasticherie su una persona X, è stato solo un occasionale trip a colori di una realtà che razionalmente posso solo rifiutare. Una volta accettata la mia nuova condizione (e che ci è voluto, porca troia) mi sono resa conto che posso fare un po' quel che mi pare, tanto nella maggior parte dei casi la frequenza cardiaca non cambia. Mi impunto a volte su certe persone perché la bimba scema che è in me vuole proprio quello che non può avere. Ma alla fine nemmeno si accorge se il telefono squilla o meno.
Tempo di sperimentazione insomma. Ma sopratutto tempo di comprensione: forse rifarò qualche errore perché non sono Robocop e imparo, ma con calma. Ma ora so bene quanto valgo e quanto difetto. Mi conosco anche abbastanza da sapere che ci sono caratteri con cui non voglio più avere a che fare se posso evitarlo.


lunedì 12 marzo 2012

Diario di un'impresa quasi epica

E dunque eccolo il lavoro che mi sono scelta: piazzarsi volontariamente davanti ad un pc, senza mai sapere a che ora e in che stato potrai lasciare la postazione, cercando di prevalere attimo dopo attimo sulla tecnologia che si mette di traverso (certe volte sembra assumere un comportamento tipicamente umano).
Cosa mi resta dopo tutte queste ore folli, trascorse per di più senza fumare?
Di sicuro un mal di testa di proporzioni titaniche, seguito a ruota da un intrico di vene varicose che manco in Jumanji e il senso dell'equilibrio totalmente fuori asse.
Ma queste sono le cose ovvie. Fra i detriti della mia persona, oltre al dolore fisico e mentale, c'è molto altro.
In primis il senso di soddisfazione che segue sempre la fine di un lavoro; la consapevolezza che, nonostante il tremolio inquietante alle mani e gli scatti di follia da stanchezza, quando sono sotto pressione do comunque il meglio; l'orgoglio per aver trovato nella maggior parte dei casi la soluzione più creativa (o più furba, a seconda) che è stata risolutiva, che ci ha fatto superare l'ostacolo che per un momento aveva oscurato l'orizzonte.
E dunque (come dicevo all'inizio) eccomi qui, stanca, distrutta, praticamente un cumulo di macerie polverose buttato sul divano, ma tanto soddisfatta. Ore intere passate concentrata, focalizzata, verso un fine.
E per due interi giorni quasi ogni altra cosa non è esistita. Tranne forse quel piccolo particolare. Tranne forse quel pensiero vagante che ogni tanto si affacciava discretamente, spezzando il flusso di bit colorati che avevo davanti agli occhi. Forse sei diventato un problema sai?

sabato 10 marzo 2012

Falling

La maggior parte dell'ispirazione per scrivere post la prendo dai fatti che avvengono nella mia giornata tipo, o da una canzone che suscita determinati pensieri. Poi mi capita di avere i 5 minuti da topo di biblioteca, e allora vado a vedere blog altrui. Se ne trovo qualcuno particolarmente interessante o divertente i 5 minuti diventano un tempo infinito, in cui il clic della rotellina del mouse fa da colonna sonora incontrastata.
Non è necessario che un blog sia tematico o particolarmente brillante nella scelta degli argomenti; a volte basta un semplice cluster, un umile diario di vita vissuta, però ben scritto, a catturare la mia attenzione. Sono convinta che le persone, quando scrivono, lascino agire una parte del loro cervello del tutto particolare, quella in cui organizzano i pensieri senza filtri morali, ovvero quei blocchi che sorgono in un face-to-face, e quella parte di cerebro attinge da diverse zone del loro essere, del Nostro essere dovrei dire, visto che scrivo anche io.
Possiamo scrivere di getto per rabbia o per ispirazione fulminante, oppure prenderci il nostro tempo per misurare e ponderare ogni parola, ogni verbo, ogni singola congiunzione, in modo da renderla significante, creando un tutto finale che a colpo d'occhio fa il suo effetto, ma che è la somma di mille e mille riflessioni.
Anni fa pensavo che scrivere sarebbe stata anche la mia strada, credevo di avere un talento innato che nei momenti di massima follia mistica mi portava romanticamente ad immaginarmi come fatta di carta e inchiostro. Poi ho compreso che altri sono anni luce avanti a me, senza fare gli sforzi che invece a me sono così familiari. Non potrò mai essere una venditrice di parole, una prosivendola citando Pennac, perché sono e sarò sempre una semplice venditrice di idee.
Insomma sono una prolifica fabbrica di nulla, perché le idee sono nulla senza struttura, sono fumo, sono lampi, semplici barlumi di luce che dopo un attimo spariscono di nuovo fra i nembi. Ci vuole qualcuno che le metta in riga, che le tenga ferme quel tanto che basta da imbrigliarle su carta o su pellicola, altrimenti resteranno solo fugaci impressioni di "quello che sarebbe potuto essere se".
Oggi niente conclusione epica, niente di particolarmente eclatante. Insomma un post sopra la media visto il mio bipolarismo classico, in cui passo dalle storie esilaranti alla messaggistica codificata talmente bene da risultare schifosamente chiara (è una tattica per distrarre. Si, lo è)
Dunque una volta tanto parliamo di qualcosa, magari nulla di serio, ma esprimiamo un'opinione, giusto per discostarci almeno un po' dal solito argomento. Ovvero me. Perché ho parlato al plurale in tutto ciò?
E' in questi momenti che sono felice più che mai che nessuno segua questo blog, c'è qualcuno più libero di me nell'esprimere cazzate senza freni?


venerdì 9 marzo 2012

Il mattino

Mi illumino...

mercoledì 7 marzo 2012

Il teatro

Siamo al giorno prima, tanto per cambiare, e come ogni volta io sono preda della solita crisi di noia acuta che mi impedisce di ripetere le nozioni che domani dovrò andare a sciorinare all'amabilissima prof.
Tutto quello che riesco a fare è navigare svogliatamente, guardare una serie tv svogliatamente, ascoltare svogliatamente musica. Magari tutto in contemporanea.
In realtà penso, rifletto, elaboro. Non concetti e teorie sociologiche come dovrei, ovviamente, bensì penso a quello che oggi mi è stato rivelato.
Interrogare le carte è un'operazione poco amata in generale, bistrattata sopratutto da chi avrebbe una voglia matta di farsele tirare. Io chiedo risposte solo quando sono troppo sotto pressione da pensare da sola e oggi, una volta di più, mi rendo conto che quello che arriva sul banco non è altro che la trasposizione delle mie ansie e delle mie riflessioni. Con me ci hanno sempre preso, sempre, ma comunque ho sempre fatto di testa mia. Lo farò anche stavolta temo, anche se potrei una volta tanto risparmiarmi una delusione cocente. Ma che sfizio ci sarebbe poi? L'ansia, l'attesa, il pizzicore così squisitamente intimo che precede una telefonata, o meglio ancora un incontro sono insostituibili, botte di adrenalina che ottundono i sensi in maniera formidabile, che diventano indispensabili come una droga.
L'escalation è sempre simile a se stessa: si parte da un banale "risponderà al telefono?" per arrivare a "accetterà l'invito?"
La storia filerebbe liscia come l'olio, se non fosse per l'elemento discordante, la mia variabile impazzita preferita: Lui. Lui è sempre un'entità folle, una personalità border line che mi manda fuori di testa. Lui sfugge, lui resta silenzioso, lui non sa che vuole fare. Un minuto prima pare che sia tutto esattamente come deve essere, un minuto dopo l'interesse scema miseramente, in maniera misteriosa. E nessun Lui ha mai la buona pensata di far capire subito se la vuole piantare o meno. Non posso farci nulla se mi piacciono così. Ogni tre che bussano alla porta ne scelgo uno che sta guardando dall'altra parte della strada, non sa dove si trova ma insiste che oggi è sicuramente martedì. Che brutto vizio il mio. Però diventa prevedibile la conclusione, il bordello di per se varia di poche battute, varia nella durata dell'atto al massimo, ma arriva sempre lo stesso finale, un cliffhanger fin troppo trito. Quando mi deciderò a dire i si alle persone giuste e lasciar perdere il mio solito target forse la commedia varierà. Per il momento mi godo il solito teatro.

domenica 4 marzo 2012

Incantevole

Incantevole è questa notte senza sonno, in cui guardo il soffitto e macino pensieri tinti ed eventuali su terze persone sfortunatamente assenti.
Incantevole è anche la canzone che sto ascoltando senza problemi, senza sfoghi cutanei, senza esondazioni dei dotti lacrimali e anche con una certa attenzione al ritmo che mi fa sentire orgogliosa di me stessa.
Incantevole è la fredda indifferenza con cui sto evitando di fanculizzare scassacazzi che pur di far finta che tutto sia normale parlano tanto di se da risultare eccessivamente egoriferiti per quest'ora della sera.
Sto aspettando di capire cosa mi importa di più: se divertirmi senza pensare (ma infondo sono certa che ora io possa ancora permettermi di non pensare?) se puntare i piedi e frenare ora che niente ancora è in atto, oppure... no, la terza opzione è talmente folle che non posso scriverla. Oltretutto è plausibile come una banana alla Presidenza del Consiglio.
E quindi sono qui, ancora una volta pronta a tutto pur di non studiare per l'impellente esame, a fare cabale e dietrologie su cose assolutamente campate in aria, e a domandarmi se qualcosa sia realmente successo o se gli ultimi mesi siano frutto della mia fantasia.
Nell'ipotesi che tutto sia realmente successo aspetto che la cosa prenda una piega qualsiasi, non perché mi importi una direzione in particolare, ma semplicemente perché odio la stasi. Se posso permettermi di esprimere un'opinione, mi piacerebbe che il copione variasse leggermente stavolta... e dai su...
Chissà che deciderà il Grande Mattacchione stavolta.

venerdì 2 marzo 2012

In tre siamo una folla?

La storia è abbastanza aderente allo stile classico: a lui piace lei, a lei piace un altro. Il classico altro che non si capisce bene dove abbia la testa, immerso fino al collo nel sentimentalismo verso una quarta persona X, innominabile, inconoscibile. Oltre alle persone fisiche, abbiamo anche le persone morali, se mi fate passare il termine, ciò che i protagonisti di questa storia rappresentano all'interno dei circuiti in cui sono immessi. Dislivelli abnormi separano i tre giovani malcapitati, tre e mezzo se contiamo la quarta entità, ma salirei anche a 4 e 1/2...considerando che tutti hanno un passato direi che è meglio abbondare a questo punto.
Ora, cosa fanno i protagonisti? Al momento vivono sereni e tranquilli (apparentemente), mantenendo un basso - anzi bassissimo - profilo: per la maggior parte del tempo non si scrive e non si telefona, come di consueto in casi come questo. Si sparisce ognuno per proprio conto, chi può finge strafottenza, altri infilano la testa sotto la sabbia e i più abili fanno teatro.
E lei? Lo sappiamo tutti che è lei che ci interessa. Lei aspetta. Domina l'imbarazzo e le sensazioni contrastanti, blocca sul nascere il meccanismo perverso che cerca di attivarsi e continua a fare quello che fa di solito. Ma da qualche parte dentro di lei sa già che andrà come al solito tutto a puttane, perché non c'è spazio a sufficienza fra tutta questa folla, quello che poteva essere è stato e se non avviene ancora altro un motivo ci sarà. Basta giustificare le fughe e le paure degli altri, basta aspettare che il mondo la fuori cambi e si semplifichi, perché non succederà. Magari potrebbe semplicemente smettere di sbagliare persone, a quel punto tutto il resto verrebbe da se. Cosa fare ora? Restare ancora ad attendere all'infinito reazioni che non arriveranno? Magari stavolta no.