lunedì 12 marzo 2012

Diario di un'impresa quasi epica

E dunque eccolo il lavoro che mi sono scelta: piazzarsi volontariamente davanti ad un pc, senza mai sapere a che ora e in che stato potrai lasciare la postazione, cercando di prevalere attimo dopo attimo sulla tecnologia che si mette di traverso (certe volte sembra assumere un comportamento tipicamente umano).
Cosa mi resta dopo tutte queste ore folli, trascorse per di più senza fumare?
Di sicuro un mal di testa di proporzioni titaniche, seguito a ruota da un intrico di vene varicose che manco in Jumanji e il senso dell'equilibrio totalmente fuori asse.
Ma queste sono le cose ovvie. Fra i detriti della mia persona, oltre al dolore fisico e mentale, c'è molto altro.
In primis il senso di soddisfazione che segue sempre la fine di un lavoro; la consapevolezza che, nonostante il tremolio inquietante alle mani e gli scatti di follia da stanchezza, quando sono sotto pressione do comunque il meglio; l'orgoglio per aver trovato nella maggior parte dei casi la soluzione più creativa (o più furba, a seconda) che è stata risolutiva, che ci ha fatto superare l'ostacolo che per un momento aveva oscurato l'orizzonte.
E dunque (come dicevo all'inizio) eccomi qui, stanca, distrutta, praticamente un cumulo di macerie polverose buttato sul divano, ma tanto soddisfatta. Ore intere passate concentrata, focalizzata, verso un fine.
E per due interi giorni quasi ogni altra cosa non è esistita. Tranne forse quel piccolo particolare. Tranne forse quel pensiero vagante che ogni tanto si affacciava discretamente, spezzando il flusso di bit colorati che avevo davanti agli occhi. Forse sei diventato un problema sai?

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