mercoledì 9 maggio 2012

Il dilemma dello Scuncillo

Non so di preciso come iniziare questo post. Per determinati argomenti non ci sono frasi ad effetto che tengano, bisogna fare le cose un po' alla carlona, rompere il ghiaccio e sperare che il monologo venga fuori autonomamente.
Sono in ansia per questa partenza, questo viaggio che non posso definire propriamente "di lavoro" perché l'unica definizione che mi sembra corretta è "catartico". 
Ottocento chilometri, parte dei quali solcherò personalmente, che ci separano da un' esperienza nuova, sicuramente eccitante ma anche decisamente spaventosa.
Sarà che quella lucina rossa sta perseguitandomi senza pietà, di giorno e di notte, agitando il mio sonno e condendolo di simboli ansiogeni (tunnel, cunicoli, piccole gallerie come uniche vie d'uscita/entrata per posti indispensabili da raggiungere); sarà che una cosa così nuova e così grande proprio non te la puoi gustare se prima non mastichi un po' del tuo stesso stomaco per l'eccitazione... 
O forse semplicemente mi trovo davanti alla solita problematica, ovvero il dilemma dello Scuncillo: la componente genetica dell'isolana prende il sopravvento, inizia a scalpitare -come da copione- per emergere e avere la meglio. Mai, MAI mettere a rischio lo status quo. 
Perché variare? Perché venir fuori dalla rassicurante routine di questa quotidianità stabile e faticosamente conquistata? Milano? Televisione? Diretta? Chi mai potrebbe desiderare tutto questo? Solo un folle cazzo!
Quindi, ogni volta che qualcosa di nuovo bussa allegramente alle porte dell'esistenza, qualcosa di vecchio rispunta fuori e cerca di bloccare la serratura con un piede di porco arrugginito, sghignazzando. 
E quindi parte la controffensiva, la razionalità tira fuori le unghie e inizia a contrattaccare, brandendo ogni brandello di buona ragione contro l'istinto, che intanto preme sugli argini della mente cercando di sfondare le barriere e dilagare fino ad annichilire ogni logica resistenza.
E dove sono io in tutto ciò? Me, il povero ospite di questo scontro fra titani, un misero ed inutile involucro di carne che non ha parte alcuna -né potere tantomeno!- in questo palcoscenico delirante, in questa lotta senza quartiere. 
I miei pensieri gangsta, con tanto di bandane e collanoni d'oro, sparano senza pietà sulla folla, correndo in una caddy lucente sulle sinapsi, diffondendo il panico. E la pula, il fascio, la madama neuronale è all'inseguimento e li soffoca a manganellate appena arrivano a portata di braccio. 
E io sto li, tremebonda in un angolo, seduta per terra, schiena a muro, dondolando nel migliore stile Rain Man - assolutamente i fottutissimi 8 bastoncini! almeno quelli cazzo! - aspettando che il peggio passi e una delle due parti abbia la meglio e mi lascino finalmente rifiatare. Sono alla mercè di me stessa, che brutta cosa. 
Mentre in me si estrinseca a suo modo una delle tante forme del dualismo di Empedocle, io trovo riparo dove posso: libri, serie, fumetti, gattini. Oggi nulla di tutto ciò funziona, quello a cui vado in contro è un pelino fuori dell'ordinario quindi la solita sbobba non basta. 
Mi guardo intorno leggermente disperata, sfregando le mani nel tipico gesto degli ossessivi compulsivi senz'appello e, un secondo prima di gettare la spugna e abbracciare l'idea di catafottermi dalla finestra per mettere fine a tutto questo, un pensiero mi travolge...
Più che un vero e proprio pensiero è una serie di impressioni e ricordi fugaci, che formano immagini nella mente, ovattando i rumori della battaglia e incasellando i tasselli al giusto posto: un profumo mi solletica il naso, il fantasma di un gesto rievoca un ricordo tattile sulla pelle, una frase, una sola frase che mi ha spiazzata (pensavo di essere la sola a notare certi dettagli, certi ritmi interni, ma poi...) una penombra condivisa e l'eco di una risata profonda e vibrante. 
Apro finalmente gli occhi. Qualsiasi cosa dovesse accadere domani, in qualsiasi momento tutto questo dovesse aver fine e per qualsiasi motivo, oggi sono stata veramente felice. 
In troppi lo hanno detto per poter citare alla lettera, ma il succo è che la qualità della vita non si misura in base a quello che possiedi, bensì in base ai rapporti che intrecci. 
(Quello che conta, in fondo, è sempre provare.)

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