martedì 22 novembre 2011

Odio il Lunedì

Quando dico che odio il Lunedì i più mi fanno un mezzo sorriso pensando che la mia mania di scimmiottare Garfield sia ormai degenerata in maniera definitiva. Bene, il riassunto di quest'ennesimo inizio settimana infausto potrebbe farvi cambiare idea.
Dopo un week end all'insegna dell'atmosfera familiare quanto mai bucolica, tempestato da incontri ravvicinati del III tipo, ieri mattina mi sono imbarcata per tornare alle indipendenti gioie della Grande Mela Bacata che mi fa da ricovero. Dopo aver affrontato un viaggio in autobus con un bilgietto da 1,10€ (residuato post-bellico emerso dalle spaventose e ignote profondità del portafoglio di mia sorella) sono arrivata, miracolosamente incolume e senza multe a Piazza Dante. Prima tappa: macellaio. Il macellaio, per gli aborigeni "o chianchiere", è un luogo mistico, un tempio della putrefazione impregnato dall'odore -a un tempo sublime e ributtante- della carne abbastanza morta. Prerogativa dei macellai è che, dietro al bancone, ci siano almeno 4-5 sacerdoti contemporaneamente, rigorosamente vestiti con i camici bianchi screziati da nemmeno troppo sospette macchioline scarlatte. Più evidenti sono le macchie, maggiore è il grado di autorità del macellaio. Di questa moltitudine di indaffaratissimi personaggio solo UNO è attivo per servire i fedeli accorsi a fare acquisti. Gli altri sono solitamente impegnati nelle attività più svariate, tipo ciondolare per il negozio senza meta, o ad ottemperare a compiti di vitale importanza quali spostare 700 volte un gancio di ferro dall'aria minacciosa da un sostegno all'altro. Tuttavia, l'attività di gran lunga prediletta da tali signori è quella di affilare -il più rumorosamente possibile- coltellacci dall'aria letale anche quando inseriti negli appositi ceppi salva dita.
- Signurì, nu poc e filetto??-
Mi chiede l'attivo di turno, dopo aver venduto 30€ di carne morta al cliente dal grande appetito che mi precede. Alla parola filetto il suo sguardo luccica, io salivo stile cane di Pavlov e la mia borsa prende a vibrare, scuotersi, sussultare... no, non è il cellulare, è il portafoglio che trema in preda al panico. Non temere piccolo e magro amico, mi rassegnerò al nostro solito tacchino nazional popolare.
La delusione del chianchiere è visibile ma resiste stoicamente al colpo.
Ordino, lui esegue, pago.
A casa internet non funziona. Chiamo fastweb, il telefono fisso gracchia e singhiozza. Rassegnata, do il mio numero di cellulare alla gentile signorina, che mi richiama. Dopo un minuto il cellulare muore. Spento. Acceso. La gentile signorina persevera. Faccio in tempo a darle il numero di mia sorella prima del deja-vu. Spento. Acceso. La gentile signorina, agguerritissima, non demorde e richiama sull'altro numero. Io oramai sono un'Idra. Ok, il tecnico viene domani, resisterò. Mangio, sfinita. E' solo metà giornata e sono alla frutta. Nel pomeriggio mi distraggo leggendo. Finisco il libro e mi rendo conto che stasera impazzirò senza nulla da fare. Nell'attesa del mio destino notturno aggredisco il bagno per renderlo non dico vivibile ma quanto meno agibile. Compromessi, il sale della vita. Giammai paga cambio il mio letto. Uno dei copripriumoni matrimoniali è evaso, non so quando nè come. Forse si è annodato e si è calato da solo giù dalla finestra, correndo poi verso il tramonto in cerca di una vita migliore...con l'invidia nel cuore ne prendo uno troppo piccolo di mia sorella. Mentre lavoro negli angusti spazi del mio loculo vivo un'esperienza extracorporea, vedendomi da fuori mentre rotolo come un'otaria spiaggiata cercando di incastrare il coprimaterasso nell'inesistente intercapedine fra letto e parete. Infilo il piumone enorme nella sua gabbia minuscola di stoffa. Ora il mio letto sembra ricoperto da una gigantesca meringona. Va bene, calma.
Riassunto della giornata: 3 unghie spezzate, un enorme ponfo sulla fronte che non so spiegare ma che probabilemnte contiene il Craken o in alternativa la mia gemella cattiva.
Stremata, abbandono ogni ritegno e mi pigiamo, rassegnata ad attendere che questa giornata passi, finalmente, e ceda il posto alle meraviglie del Martedì.

sabato 5 novembre 2011

Filosofia da Supermarket

Come per ogni ritorno a casa, c'è pronto ad attendermi il rito di benvenuto: la spesa. La panda freme (in realtà io pure), ci ritorviamo dopo la lunga separazione, io con le mie mani calde, lei con la sua frizione poco fluida, e ci scambiamo intime confidenze polverose, dal retrogusto di senza piombo (ma di ottima qualità).
Faccio lo slalom tra i vicoli che potrei percorrere a occhi chiusi, se non fosse che gli autisti della domenica continuano a parcheggiare nei posti più ameni tipo al centro della carreggiata, sullo stop all'incrocio e nelle curve a gomito. Scanso a fatica i bambini che giocano nel parcheggio (c'è grossa crisi, ormai le madri pazze cercano di risparmiare sull'eliminazione della progenie. Cogne me fai na pippa) e finalmente siamo dentro. L'entusiasmo della spesa si sa, è tanto. Lo sciacquettìo dell'adrenalina nelle mie vene si sente a miglia di distanza. Mi estraneo quando posso, io sono l'autista anche nel Supermercato, mi sono specializzata proprio per non dover pensare agli acquisti. Al ritorno tiriamo su la spesa a fatica, anche se negli ultimi mesi le quantità -vuoi o non vuoi- si sono ridotte all'osso. La mia ombrosa silouette proiettata sulle scale sembra uscita da Star Trek; il cappotto (inutile dato lo scirocco soffocante) mi appuntisce le spalle. Mi manca la tutina azzurra e sono a posto.
Mentre rimugino su questo eccitantissimo effetto ottico (e qui proprio l'azione è arrivata alle stelle) ricordo di aver sentito una canzone al supermercato. Una che avevo cercato di evitare per tanto tempo, quella che proprio non mettevo MAI nemmeno nei momenti di masochismo estremo. La strada verso casa è quasi finita, l'ombra sta per sparire fra le altre del viale scuro e il cane viene di corsa pronto a infilare il naso in tutte le buste alla ricerca della cena. Eppure quella canzone, che strano effetto mi fa? Quando ormai ho un piede sulla porta e sto per rientrare del tutto alla normalità, ecco la risposta, l'ultimo barlume di filosofia da supermarket che si estingue come una stella, diventando ad un tratto più luminoso: un tempo ero una parete delle meraviglie per qualcuno, oggi mi sento una parracina scalcagnata. Eppure una parete delle meraviglie sarà bella da guardare, elegante magari (quando mai andava bene per me tale definizione allora?) ma è fragile e si rovina con l'usura. La parracina (in gergo un muretto di prete grezze, incastrate fra loro senza malta) sarà forse ruvida e poco piacevole al primo sguardo, ma è solida, duratura e se la si guarda bene si vedrà tutto il fascino della materia prima, irregolare e sorprendente. Oltretutto col tempo può solo migliorare.
Ed eccomi a casa.

mercoledì 2 novembre 2011

La cosa giusta

Forse, nonostante la tua infinità ingenuità, sarò riuscita in alcuni momenti a farti pensare il peggio di me. Forse hai anche ragione, potevo essere una persona migliore, in molti modi. Ma la verità, giusta o sbagliata che sia, è che siamo troppo simili, abbiamo troppo in comune. Potresti capirmi, potresti arrivare nell'angolo più buio, dove nessuno quasi è entrato e questo non mi va. Far riaffiorare cose morte e sepolte non è quello che voglio.
E poi mi ricordi lui. Sento il suo profumo quando sono con te. No, non mi disturba in quel senso, non fraintendermi. Ma sei un ponte fra me e tante cose, un ponte che non posso e non potrò mai più attraversare. Sono ferma su questa riva, neanche troppo solitaria, a guardare quello che c'è di la, dove siete voi quando vi incontrare. Vi sento ridere ma non sento le parole. Vi guardo da lontano e sento un vuoto enorme che si apre dentro di me. Non fa nemmeno male, è semplicemente li e preme, è il peso delle scelte fatte, è il prezzo che sto pagando per tutto. E' così che riscatto la forzata libertà.
E tu sei al centro di tutto, nemmeno lo sai povera stella, che tutto ruota attorno a te. Chi mi ha sostituito? Cosa fate, cosa dite, come vivete? E io? Ancora mi stupisco a volte di non essere li con voi, mi parli di persone che non conosco e io chiudo le paratie stagne. La curiosità c'è, la domanda mi scappa pure, ma la paura della risposta è troppo grande, troppo forte.
Vorrei essere di più per te, ma il male che mi farei sarebbe troppo per me da gestire. Toccherei il fondo, quando a fatica sono riuscita a dare il colpo di reni per tornare in superfice. Sacrificarmi forse? Questi incontri trimestrali sono già così duri da affrontare che ho bisogno di tempo per riprendermi.
Ho dovuto fare una scelta. La scelta che ritenevo giusta, forse l'unica scelta possibile che non ferisse nessuno. La domanda però resta: è meglio una mezza amicizia che nessuna amicizia?

giovedì 20 ottobre 2011

Today, Tonight...Together.

La partenza si avvicina. Le ore che mi separano dall'avviarmi a casa sono inversamente proporzionali alle cose che ho da fare per prepararmi (e sto con successo eludendo gli impegni in ogni modo).
Appena confermato l'orario e gli intenti, ecco un tuono e un lampo, in rapida successione, che mi ghignano dallo squarcio di cielo percepibile alla mia finesta. Vieni, sembrano dire, non aspettiamo altro. Mia sorella mi ha appena detto che il suo traghetto è sbattuto nel molo oggi. Inarrestabile furia Nettuniana o sbadataggine del comandante di turno? Cos'è, non si usano più gli occhiali? Si ricomincia a bere sul posto di lavoro?
Fatto sta che domani mi imbarcherò, volente o nolente, per dare l'arrembaggio alla solita isola verde e staccare un pò la spina da tutto.
Persone nuove, persone vecchie, il quadro della mia esistenza è estremamente mutevole, in apparenza, ma gli errori restano gli stessi e le conclusioni anche. Insomma tutto cambia per non cambiare e comincio a pensare di essere io il problema, io che ricerco ossessivamente il mantenimento dello status quo, che sì, farà anche a tratti cagare, ma almeno è controllabile, prevedibile. Una garanzia di insuccesso insomma, come piace a me.
A posteriori stavolta poteva essere diverso, i presupposti c'erano, ma ci dovevo sbattere la testa a mi manera per rendermi conto di tante cose.
E ancora non ci siamo. Io sono qui, tutto gira vorticosamente, troppo veloce per i miei ritmi da bradipo. Adattabile ai cambiamenti cone un blocco di granito da modellare a mò di pongo. Felicità, tristezza, rassegnazione, euforia; termini che non hanno signifiato in realtà, perchè più esperienze faccio più mi accorgo che di palpiti ce ne sono pochi, che molte cose sono insipide e ancora meno mi fanno sudare le mani come dovrebbero. L'apatia è la cosa che mi spaventa di più. Fingo determinati slanci verso il prossimo, ma chi mi conosce sa che quando voglio davvero qualcosa non mollo la presa mai, a costo di finire gravemente col culo per terra. E' necessario? Non so, in realtà non sono io a decidere, mi faccio guidare dalle sensazioni. Guardo, valuto il livello di interesse percepito, tento. Riesco e non riesco, a seconda dei casi, ma poi quello che resta è sempre una me annoiata che si domanda: e quindi?
Sei tu? E' per te? No, temo di no. Se così fosse potrei sperare nella vecchia massima: il tempo guarisce ogni cosa. La verità è che il marcio era già sotto, pronto ad emergere. La cicatrice che hai lasiato gli ha dato via libera e lo ha fatto espandere a macchia d'olio. Sto per dire qualcosa che precipiterà questo post nel melodramma più completo, ne prendo atto, ma è vera: certe volte mi viene l'impulso di sentirmi i battiti, per vedere se il cuore continua a fare il suo lavoro. Non sono ansie di morte, sono più intelligente di così, è solo che prima tutto era più intenso in un certo senso, per il semplice fatto che molte mie azioni erano legate a quelle di un altro, avevano uno scopo, avevano...un senso. Detesto la solitudine e il silenzio, ce n'è già stato troppo in passato e me ne sbatto di quella pippa del mistero e della chiusura. E' per i deboli, per quelli che non sanno come affrontare la loro giornata e sentono il bisogno, talvolta inconsapevole, di proteggersi dall'esterno. Vivere fa paura. Anche a me terrorizza certe volte, ma non ne possiamo fare a meno. Forse continuerò a sbagliare, ancora per parecchio, continuerò ad arrancare fra le mille decisioni che ogni giornata comporta, ma mi auguro che ogni scelta, ragionata o meno, sia totalmente, veramente mia.
Sono forse più solida ora? Si, mi sento anche più sicura in effetti. Ma a volte ancora sento un formicolio dalle parti dello stomaco, dove prima immaginavo fosse legato quel filo invisibile, capace di estendersi per chilometri e chilometri, che mi teneva unita a chi di dovere, dall'altra parte. Il giorno che si ruppe nemmeno lo ricordo, so solo che ha fatto un rumore ben preciso nella mia testa, nel cuore, nell'anima.

venerdì 14 ottobre 2011

Una giornata uggiosa

Questo tempo ispira la scrittura. E' una delle classiche giornate piovose autunnali, il loculo marmoreo che mi pregio di chiamare stanza è immerso nella nebbia delle sigarette che fumo a finestra chiusa e fuori il cielo ha una deliziosa sfumatura di pulce come non ne vedevo da un pò.
Tentenno nell'attesa di scoprire a cosa mi porterà questa giornata, sono senza cibo e la mia riserva d'acqua sta pericolosamente scendendo sotto il livello di guardia. Ma la vita è bella lo stesso.
Nel mio cassetto ci sono incartamenti che gridano a gran voce per essere liberati (ma io ancora oppongo una passiva resistenza) e sulla mia scrivania c'è qualcosa da consegnare, uno specchietto per le allodole che sto facendo luccicare da un pò ma che ha funzionato manco la chiavica al momento. Preda delle mie insane passioni mi crogiolo nell'attesa della prossima mossa, la partita sembra ancora aperta. Oppure sono pazza e vedo cose, immagino sottintesi inesistenti. Altra opzione fin troppo plausibile. La noia e la mancanza di attività nell'immediato sono una brutta bestia.
Di recente è nato e partito un nuovo sfzioso progettino un pò nerd che è di la da venire ma che richiederà impegno fisico e mentale, il che non mi dispiace per nulla, oltre a trascinare nella mia vita nuove e vecchie persone, cosa sempre gradita (anche se dovrei stare attenta ai nuovi incontri dati i precedenti poco felici)
In realtà come spesso accade non ho nulla di concreto da dire, se si escludono le solite assurdità criptate che da sempre riempono i miei post.
per il resto bho, siamo qui, facciamo cose, vediamo film e pettiniamo le bambole. Nulla di nuovo da condividere, almeno non oggi.

mercoledì 12 ottobre 2011

Fratelli, Amici.

Talvolta mi capita di non ricordare le cose più banali: la mia mail, un determinato numero di telefono, la faccia delle persone... altre volte sono fette più grosse di vita che restano avvolte nella nebbia. Alzehimer precoce o semplicemente troppi pensieri da gestire? Lo spazio richiesto insufficente per contenere i milioni di stimoli a cui mi sottopongo - manco a farlo apposta per non pensare, ironia - il peso eccessivo (come ansimavano i personaggi di Diablo) di tutto il materiale che la mia piccola scatola cranica deve contenere...
Se sono fortunata la lucidità ritorna e mi permette di ricollocare i tasselli, ma la maggior parte del tempo vivo come se esistessi da pochi anni, con solo un vago ricordo sensoriale della Me precedente. No, non può essere rincoglionimento, che io sappia in quel caso sarebbe fottuta la memoria a breve termine, quindi dovrei vivere come se avessi circa 7 anni, dimenticando di essere ormai una ventiquatrenne bella passatella.
Credo sia un meccanismo di difesa, il modo che ha il mio cervello per selezionare le informazioni e gestirle, perchè lui si che mi conosce e sa che le mie capacità di controllo sono troppo estese per permettermi di vivere ricordando tutto senza esplodere.
In queste giornate strane tendo a rimuovere tutti i miei faticati ragionamenti sul cosa sia buono e cosa sbagliato, sul perchè sono qui, oggi, con un determinato stile di vita. Il romanticismo e l'incoscienza prendono ahimè il sopravvento e mi guidano, istintivamente, verso ciò che amo. E quello che io amo quasi mai corrisponde a ciò che è buono. Solo le sensazioni, stramaledette, restano. Quanto eri bello ai miei occhi e quanto lo sei ancora? Quanto mi piaceva la nostra capacità telepatica e quanto vorrei non averla persa, insieme alla nostra amicizia? Tanto tempo passato assieme e l'unica cosa romantica che riesco a rimpiangere di te era il dormire assieme. Per il resto eravamo fratelli, amici, complici. E questo per me vale anche più dell'amore che c'è stato.
Sarà che ora il mio letto comincia a sembrarmi meno freddo, che mi sento più forte, che ho strutturato la mia vita in base a delle cose da fare, delle persone da vedere e dei progetti da portare a termine. Manca sempre qualcosa. Cerco il ragazzo che ho incontrato su quella scala, quella volta, mille anni fa, in tutti. Cerco l'amico con cui tiravo tardi, con cui parlavo a telefono e con cui dividevo le esperienze, in ogni volto. Ma il confronto non lo regge nessuno, al momento.
Per carità, nulla che a questo punto una buona Tequila non possa lenire, sono pensieri che faccio in genere quando ci vediamo, cosa assai rara, e che mi aleggiano intorno per un pò, come un profumo scadente che ti si attacca ai vestiti e che non puoi fare a meno di annusare.
E quindi scrivo, perchè la mia terapia d'urto è sempre stata questa, mettere nero su bianco, riversare i dati per fare spazio, liberare, pulire, chiarificare.
Potessi farlo prima di parlare eviterei di fare promesse che non avrò il coraggio di mantenere, eviterei di cedere all'istinto (maledetto!) e abbracciarti, per rubare un attimo antico, riviverlo, assaporarlo poi nella pelle per quel tanto che basta a farmi credere che quello che entrambi vogliamo sia possibile, non solo un Utopia. Fratello, amico. Mi manchi come non so spiegare. Mi manca essere te, mi manca che tu sia me. Migliori l'uno dell'altra, leali l'uno all'altra.
Forse ci ritroveremo in un'altra vita, volendo abbracciare l'ideologia Buddhista, e le cose saranno differenti. O forse non ci resta che goderci ciò che è stato e vivere il resto sperando che dietro l'angolo ci sia sempre di meglio (se è vero che nella vita si migliora siamo destinati a grandi incontri).
Mi hai insegnato ad essere diversa, mi hai in qualche oscura maniera resa anche più forte. Forse ho fatto lo stesso, ed ora è tempo di volare da soli.



lunedì 26 settembre 2011

Winter is coming...ma anche no

Stamattina il cielo è strano, come non lo vedevo da mesi. Dalla finestra filtra una luce grigiastra, malsana, cupa. Apro i vetri per far entrare l'aria mattutina ed è fredda, la temperatura giusta per avere velo di pelle d'oca, senza doversi tappare all'interno. E' strano, sono tre notti che faccio sogni diversi ma che contengono tutti gli stessi elementi: i pipistrelli, che compaiono sempre allo stesso modo per lo stesso scopo; una tartaruga e dei ricci di mare assassini (saranno mica gli spiriti dei ricci che ho reso cadavere nel corso degli anni per pura gola? Sapevo che il sangue di quell'olocausto sarebbe ricaduto sulle mie mani!)
Come se non bastasse tutti i sogni, anche se hanno trame e protagonisti differenti, contengono elementi di illeciti vari come furti, rapine, omicidi e così via. Praticamente tre nottate di merda. Non che sia una novità e finchè si dorme non mi lamento, anche se devo assistere tutta la notte a una delle sorelle che cerca di farmi fuori in maniera atroce (cercate di dirmi qualcosa?) o se devo contrattare per la restituzione di un furgoncino che mi hanno rubato.
Ambiguità notturne a parte, la vita prosegue in maniera abbastanza lineare, come sempre dopo un picco improvviso. Al momento sono indecisa su cosa fare, quindi me ne sto buona a godermi il momento passato, senza sperare eccessivamente nel futuro ma senza nemmeno disperarmi. In pratica mi alleno nelle smorfie di sufficienza e nelle alzate di spalle, così, giusto perchè non si può mai sapere quando servirà una delle due.
L'unica cosa che veramente risente di queste settimane senza senso che ho passato è lo studio, povero capro espiatorio di ogni mio momento triste/felice/normale, che viene abbandonato senza alcuna pietà, messo da parte e anche un pò mobbizzato. Ach, destino! Come ogni volta che ci sono esami alle porte passo metà del tempo a farmi utilissime domande come "ma che mi sono iscritta a fare alla specialistica?" e l'altra metà a cazzeggiare in tutti i modi.
Intanto qui si progettano cose, si preparano silenziosamente borse e si aspetta il momento buono per filarsela alla chetichella e guadagnare qualche momento di pace rubato allo stress cittadino. Ma ho detto anche troppo.
Mi vedo costretta a rimandare le novità ai prossimi giorni, sopratutto perchè sento l'urgenza impellente di mettermi a far finta di studiare.