giovedì 20 ottobre 2011

Today, Tonight...Together.

La partenza si avvicina. Le ore che mi separano dall'avviarmi a casa sono inversamente proporzionali alle cose che ho da fare per prepararmi (e sto con successo eludendo gli impegni in ogni modo).
Appena confermato l'orario e gli intenti, ecco un tuono e un lampo, in rapida successione, che mi ghignano dallo squarcio di cielo percepibile alla mia finesta. Vieni, sembrano dire, non aspettiamo altro. Mia sorella mi ha appena detto che il suo traghetto è sbattuto nel molo oggi. Inarrestabile furia Nettuniana o sbadataggine del comandante di turno? Cos'è, non si usano più gli occhiali? Si ricomincia a bere sul posto di lavoro?
Fatto sta che domani mi imbarcherò, volente o nolente, per dare l'arrembaggio alla solita isola verde e staccare un pò la spina da tutto.
Persone nuove, persone vecchie, il quadro della mia esistenza è estremamente mutevole, in apparenza, ma gli errori restano gli stessi e le conclusioni anche. Insomma tutto cambia per non cambiare e comincio a pensare di essere io il problema, io che ricerco ossessivamente il mantenimento dello status quo, che sì, farà anche a tratti cagare, ma almeno è controllabile, prevedibile. Una garanzia di insuccesso insomma, come piace a me.
A posteriori stavolta poteva essere diverso, i presupposti c'erano, ma ci dovevo sbattere la testa a mi manera per rendermi conto di tante cose.
E ancora non ci siamo. Io sono qui, tutto gira vorticosamente, troppo veloce per i miei ritmi da bradipo. Adattabile ai cambiamenti cone un blocco di granito da modellare a mò di pongo. Felicità, tristezza, rassegnazione, euforia; termini che non hanno signifiato in realtà, perchè più esperienze faccio più mi accorgo che di palpiti ce ne sono pochi, che molte cose sono insipide e ancora meno mi fanno sudare le mani come dovrebbero. L'apatia è la cosa che mi spaventa di più. Fingo determinati slanci verso il prossimo, ma chi mi conosce sa che quando voglio davvero qualcosa non mollo la presa mai, a costo di finire gravemente col culo per terra. E' necessario? Non so, in realtà non sono io a decidere, mi faccio guidare dalle sensazioni. Guardo, valuto il livello di interesse percepito, tento. Riesco e non riesco, a seconda dei casi, ma poi quello che resta è sempre una me annoiata che si domanda: e quindi?
Sei tu? E' per te? No, temo di no. Se così fosse potrei sperare nella vecchia massima: il tempo guarisce ogni cosa. La verità è che il marcio era già sotto, pronto ad emergere. La cicatrice che hai lasiato gli ha dato via libera e lo ha fatto espandere a macchia d'olio. Sto per dire qualcosa che precipiterà questo post nel melodramma più completo, ne prendo atto, ma è vera: certe volte mi viene l'impulso di sentirmi i battiti, per vedere se il cuore continua a fare il suo lavoro. Non sono ansie di morte, sono più intelligente di così, è solo che prima tutto era più intenso in un certo senso, per il semplice fatto che molte mie azioni erano legate a quelle di un altro, avevano uno scopo, avevano...un senso. Detesto la solitudine e il silenzio, ce n'è già stato troppo in passato e me ne sbatto di quella pippa del mistero e della chiusura. E' per i deboli, per quelli che non sanno come affrontare la loro giornata e sentono il bisogno, talvolta inconsapevole, di proteggersi dall'esterno. Vivere fa paura. Anche a me terrorizza certe volte, ma non ne possiamo fare a meno. Forse continuerò a sbagliare, ancora per parecchio, continuerò ad arrancare fra le mille decisioni che ogni giornata comporta, ma mi auguro che ogni scelta, ragionata o meno, sia totalmente, veramente mia.
Sono forse più solida ora? Si, mi sento anche più sicura in effetti. Ma a volte ancora sento un formicolio dalle parti dello stomaco, dove prima immaginavo fosse legato quel filo invisibile, capace di estendersi per chilometri e chilometri, che mi teneva unita a chi di dovere, dall'altra parte. Il giorno che si ruppe nemmeno lo ricordo, so solo che ha fatto un rumore ben preciso nella mia testa, nel cuore, nell'anima.

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