La partenza si avvicina. Le ore che mi separano dall'avviarmi a casa sono inversamente proporzionali alle cose che ho da fare per prepararmi (e sto con successo eludendo gli impegni in ogni modo).
Appena confermato l'orario e gli intenti, ecco un tuono e un lampo, in rapida successione, che mi ghignano dallo squarcio di cielo percepibile alla mia finesta. Vieni, sembrano dire, non aspettiamo altro. Mia sorella mi ha appena detto che il suo traghetto è sbattuto nel molo oggi. Inarrestabile furia Nettuniana o sbadataggine del comandante di turno? Cos'è, non si usano più gli occhiali? Si ricomincia a bere sul posto di lavoro?
Fatto sta che domani mi imbarcherò, volente o nolente, per dare l'arrembaggio alla solita isola verde e staccare un pò la spina da tutto.
Persone nuove, persone vecchie, il quadro della mia esistenza è estremamente mutevole, in apparenza, ma gli errori restano gli stessi e le conclusioni anche. Insomma tutto cambia per non cambiare e comincio a pensare di essere io il problema, io che ricerco ossessivamente il mantenimento dello status quo, che sì, farà anche a tratti cagare, ma almeno è controllabile, prevedibile. Una garanzia di insuccesso insomma, come piace a me.
A posteriori stavolta poteva essere diverso, i presupposti c'erano, ma ci dovevo sbattere la testa a mi manera per rendermi conto di tante cose.
E ancora non ci siamo. Io sono qui, tutto gira vorticosamente, troppo veloce per i miei ritmi da bradipo. Adattabile ai cambiamenti cone un blocco di granito da modellare a mò di pongo. Felicità, tristezza, rassegnazione, euforia; termini che non hanno signifiato in realtà, perchè più esperienze faccio più mi accorgo che di palpiti ce ne sono pochi, che molte cose sono insipide e ancora meno mi fanno sudare le mani come dovrebbero. L'apatia è la cosa che mi spaventa di più. Fingo determinati slanci verso il prossimo, ma chi mi conosce sa che quando voglio davvero qualcosa non mollo la presa mai, a costo di finire gravemente col culo per terra. E' necessario? Non so, in realtà non sono io a decidere, mi faccio guidare dalle sensazioni. Guardo, valuto il livello di interesse percepito, tento. Riesco e non riesco, a seconda dei casi, ma poi quello che resta è sempre una me annoiata che si domanda: e quindi?
Sei tu? E' per te? No, temo di no. Se così fosse potrei sperare nella vecchia massima: il tempo guarisce ogni cosa. La verità è che il marcio era già sotto, pronto ad emergere. La cicatrice che hai lasiato gli ha dato via libera e lo ha fatto espandere a macchia d'olio. Sto per dire qualcosa che precipiterà questo post nel melodramma più completo, ne prendo atto, ma è vera: certe volte mi viene l'impulso di sentirmi i battiti, per vedere se il cuore continua a fare il suo lavoro. Non sono ansie di morte, sono più intelligente di così, è solo che prima tutto era più intenso in un certo senso, per il semplice fatto che molte mie azioni erano legate a quelle di un altro, avevano uno scopo, avevano...un senso. Detesto la solitudine e il silenzio, ce n'è già stato troppo in passato e me ne sbatto di quella pippa del mistero e della chiusura. E' per i deboli, per quelli che non sanno come affrontare la loro giornata e sentono il bisogno, talvolta inconsapevole, di proteggersi dall'esterno. Vivere fa paura. Anche a me terrorizza certe volte, ma non ne possiamo fare a meno. Forse continuerò a sbagliare, ancora per parecchio, continuerò ad arrancare fra le mille decisioni che ogni giornata comporta, ma mi auguro che ogni scelta, ragionata o meno, sia totalmente, veramente mia.
Sono forse più solida ora? Si, mi sento anche più sicura in effetti. Ma a volte ancora sento un formicolio dalle parti dello stomaco, dove prima immaginavo fosse legato quel filo invisibile, capace di estendersi per chilometri e chilometri, che mi teneva unita a chi di dovere, dall'altra parte. Il giorno che si ruppe nemmeno lo ricordo, so solo che ha fatto un rumore ben preciso nella mia testa, nel cuore, nell'anima.
Il segreto di Pulcinella
8 anni fa

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