sabato 5 novembre 2011

Filosofia da Supermarket

Come per ogni ritorno a casa, c'è pronto ad attendermi il rito di benvenuto: la spesa. La panda freme (in realtà io pure), ci ritorviamo dopo la lunga separazione, io con le mie mani calde, lei con la sua frizione poco fluida, e ci scambiamo intime confidenze polverose, dal retrogusto di senza piombo (ma di ottima qualità).
Faccio lo slalom tra i vicoli che potrei percorrere a occhi chiusi, se non fosse che gli autisti della domenica continuano a parcheggiare nei posti più ameni tipo al centro della carreggiata, sullo stop all'incrocio e nelle curve a gomito. Scanso a fatica i bambini che giocano nel parcheggio (c'è grossa crisi, ormai le madri pazze cercano di risparmiare sull'eliminazione della progenie. Cogne me fai na pippa) e finalmente siamo dentro. L'entusiasmo della spesa si sa, è tanto. Lo sciacquettìo dell'adrenalina nelle mie vene si sente a miglia di distanza. Mi estraneo quando posso, io sono l'autista anche nel Supermercato, mi sono specializzata proprio per non dover pensare agli acquisti. Al ritorno tiriamo su la spesa a fatica, anche se negli ultimi mesi le quantità -vuoi o non vuoi- si sono ridotte all'osso. La mia ombrosa silouette proiettata sulle scale sembra uscita da Star Trek; il cappotto (inutile dato lo scirocco soffocante) mi appuntisce le spalle. Mi manca la tutina azzurra e sono a posto.
Mentre rimugino su questo eccitantissimo effetto ottico (e qui proprio l'azione è arrivata alle stelle) ricordo di aver sentito una canzone al supermercato. Una che avevo cercato di evitare per tanto tempo, quella che proprio non mettevo MAI nemmeno nei momenti di masochismo estremo. La strada verso casa è quasi finita, l'ombra sta per sparire fra le altre del viale scuro e il cane viene di corsa pronto a infilare il naso in tutte le buste alla ricerca della cena. Eppure quella canzone, che strano effetto mi fa? Quando ormai ho un piede sulla porta e sto per rientrare del tutto alla normalità, ecco la risposta, l'ultimo barlume di filosofia da supermarket che si estingue come una stella, diventando ad un tratto più luminoso: un tempo ero una parete delle meraviglie per qualcuno, oggi mi sento una parracina scalcagnata. Eppure una parete delle meraviglie sarà bella da guardare, elegante magari (quando mai andava bene per me tale definizione allora?) ma è fragile e si rovina con l'usura. La parracina (in gergo un muretto di prete grezze, incastrate fra loro senza malta) sarà forse ruvida e poco piacevole al primo sguardo, ma è solida, duratura e se la si guarda bene si vedrà tutto il fascino della materia prima, irregolare e sorprendente. Oltretutto col tempo può solo migliorare.
Ed eccomi a casa.

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