venerdì 2 marzo 2012

In tre siamo una folla?

La storia è abbastanza aderente allo stile classico: a lui piace lei, a lei piace un altro. Il classico altro che non si capisce bene dove abbia la testa, immerso fino al collo nel sentimentalismo verso una quarta persona X, innominabile, inconoscibile. Oltre alle persone fisiche, abbiamo anche le persone morali, se mi fate passare il termine, ciò che i protagonisti di questa storia rappresentano all'interno dei circuiti in cui sono immessi. Dislivelli abnormi separano i tre giovani malcapitati, tre e mezzo se contiamo la quarta entità, ma salirei anche a 4 e 1/2...considerando che tutti hanno un passato direi che è meglio abbondare a questo punto.
Ora, cosa fanno i protagonisti? Al momento vivono sereni e tranquilli (apparentemente), mantenendo un basso - anzi bassissimo - profilo: per la maggior parte del tempo non si scrive e non si telefona, come di consueto in casi come questo. Si sparisce ognuno per proprio conto, chi può finge strafottenza, altri infilano la testa sotto la sabbia e i più abili fanno teatro.
E lei? Lo sappiamo tutti che è lei che ci interessa. Lei aspetta. Domina l'imbarazzo e le sensazioni contrastanti, blocca sul nascere il meccanismo perverso che cerca di attivarsi e continua a fare quello che fa di solito. Ma da qualche parte dentro di lei sa già che andrà come al solito tutto a puttane, perché non c'è spazio a sufficienza fra tutta questa folla, quello che poteva essere è stato e se non avviene ancora altro un motivo ci sarà. Basta giustificare le fughe e le paure degli altri, basta aspettare che il mondo la fuori cambi e si semplifichi, perché non succederà. Magari potrebbe semplicemente smettere di sbagliare persone, a quel punto tutto il resto verrebbe da se. Cosa fare ora? Restare ancora ad attendere all'infinito reazioni che non arriveranno? Magari stavolta no.

martedì 7 febbraio 2012

Notte prima

E' sempre così la notte prima di un esame. Sono stanca, afflitta dalle mie idiosincrasie e dalle mie innumerevoli paure legate all'ansia da prestazione. Ed ecco che torni. Perché dovrei vergognarmi a scrivere la verità? Serve a qualcosa che io sia dura e intoccabile? Sai che non lo sono. Non per te. Qui dentro è ancora tutto in frantumi, sto disperatamente spazzando fra le macerie ma è come tirare su un castello di carte. In certi momenti mi sembra di essere arrivata quasi in cima, che sia tutto stabile e sotto controllo, poi giornate come questa strappano il velo e mi mostrano tutta la fragilità della nuova esistenza che sto conducendo. Dio, quanto vorrei almeno una dannatissima sigaretta.
Si, sto pensando a te. Vorrei non fosse così ma è inevitabile. Vorrei non sbattere la porta in faccia a chi mi offre un'alternativa, vorrei non usarti come metro di paragone per chiunque mi si pari davanti (tu, paragone? ma andiamo, sappiamo entrambi che hai perso quella prerogativa in soli 17 giorni. Vorrei che lo sapesse anche quella minuscola pompa rossa che mi trovo al centro del petto)
Vorrei liberarmi di te, del dolore, della tristezza e della fottuta paura di dire ancora una volta di si. Vorrei smetterla di fare l'imbecille a muso duro e godermi davvero la vita. Perché ora tutto è fantastico, è questa la beffa peggiore. Ho lavorato davvero bene, per i miei standard. Se fossi più decente con il parentado sarei la campionessa di perfezione. Ma non mi sto godendo appieno tutto ciò. Perchè l'unica cosa che davvero potrebbe farmi felice è dall'altra parte della strada, a forse 500 metri, ma distante come se fosse sulla luna. Vorrei avere almeno la forza di maledire in maniera epica ed eclatante il giorno che ti ho incontrato. Ma non posso rinnegare un solo minuto passato con te, almeno fino ad un certo punto.
Domani mi pentirò di questo post, ma immagino faccia parte del gioco

lunedì 30 gennaio 2012

Signori, si chiude

Ok. Calma. A quanto pare una piccola fila fuori dalla porta c'è. Piccola, è vero, ma problematica. Considerando che allo stato attuale delle cose sono già tremebonda in un angolo, sinceramente non sto sperando che la suddetta fila si allunghi più di tanto. Pensavo di essere brava a donare. Lo sono in effetti, ma con chi decido io. Sono terrorizzata dai danni che provoco senza rendermi nemmeno conto. Ancora adesso mentre scrivo non riesco a vedere la certezza dietro le mie paure. Mi sto facendo dei film o no?
Il profondo stupore per avere una qualche rilevanza nella vita di altri mi aveva già scossa, ma poi ho pensato anche alle conseguenze. Se sono io a muovere i fili mi sta tutto bene, a giudicare dal mio target normale sono anche l'unica a rischio di conseguenze. Ma non così.
E quando anche l'ultimo miglio (verde?) sarà stato percorso, quando arriverò ancora più vicina alla mia vera essenza, come gestirò le cose allora?

martedì 6 dicembre 2011

Non c'è sposa senza pianto, non c'è morto senza riso

Eccomi alla mia sessione di terapia, puntualissima.
Scrivere, l'imperativo massimo a cui non sono mai riuscita a sottrarmi e cazzo quanto mi sento vuota quando non ho voglia di farlo.
Si è successo, e no, non mi dilungherò in proposito.
Come ogni volta che il mio mondo si incrina ritrovo l'agio della normalità nell'impegno fisico e mentale. Casa mia cade a pezzi più del solito, grazie alla trascuratezza in cui ha versato negli ultimi mesi. La mia giornata è cominciata con un corpo a corpo fra me e le piastrelle della cucina, che oramai sospetto si tengano su in buona misura proprio grazie allo sporco, conclusione a cui sono arrivata in seguito ai vari smottamenti delle sezioni di muro pulite.
E' poi arrivato il turno della scopa, grande amica che lascia più sporco di prima ad ogni passata. Il momento della classica lavata per terra resta comunque il mio favorito...lo so, sono di parte anche in questo.
Con la scusa di aspettare che tutta la casa si asciughi sono venuta al pc a scrivere, ma devo confessare che è in bona parte un tentativo per rimandare l'inevitabile momento clou della giornata, ovvero la disinfestazione della mia camera da letto.
Al solo pensiero di ciò che mi aspetta quando dovrò mettere mano al mio loculo marmoreo mi fa tremare le ginocchia e svariate altre parti del corpo. Ho vagliato diverse opzioni, ma la più funzionale alle mie necessità al momento resta comunque quella di lanciare una granata, chiudere la porta e scappare il più lontano possibile. Tanto, peggio di così...
Intanto mi consolo con vecchie canzoni da stripper, più che altro per rallegrare l'atmosfera ed entrare nel giusto stato d'animo per affrontare il resto del giorno e il week end in generale.
Una considerazione criptata: è incredibile che da armadi sigillati da anni di incurie possano uscire cose che sembrano state messe li in attesa del tuo arrivo. Ed è incredibile come quelle stesse cose ti calzino assolutamente a pennello. Mi guardano dal divano dove le ho sparse per ammirarle e sembrano dirmi "Bhe, quando si comincia? Abbiamo aspettato anche troppo."
Ed eccoci qua, io e le mie masserizie, pronte per la grande avventura, il salto nel vuoto (meno vuoto del solito, sto maturando nel comportamento a vista d'occhio)
Che succederà dunque? Vedo e rivedo la scena a rallenty nella mente, ne guardo le sfaccettature e il mosaico prende forma. L'attesa acuisce, punge, invoglia e mi strema. A tratti nel mio cervello si gioca all'autoscontro fra pensieri contrastanti, gli stessi che poi si mettono beatamente a braccetto tranquillizzandomi fino al prossimo crash.
Sopra ogni altro però c'è una serenità che non tanto pensavo mi appartenesse, che mi avvolge anche nei momenti di picco paranoico, che mi sussurra con dolci parole all'orecchio "goditi il momento, segui l'istinto, non avere paura di vivere". Il mio grillo parlante interiore sta facendo gli straordinari. In periodo di tredicesima diventano tutti stacanovisti.
In casi come questi comunque, nonostante le mie sinapsi stiano producendo energia da vendere, il pensiero finale, prima del reset e del riavvio è sempre lo stesso: come dice la canzone, che sarà sarà, tutto il resto non conta.
Mai come oggi so con sempre più certezza che a tutto c'è rimedio, tranne che alla morte. L'importante è quello che riusciamo a conoscere della vita nel tempo che ci è concesso fra il primo respiro e l'ultimo. E io voglio sapere.

martedì 22 novembre 2011

Odio il Lunedì

Quando dico che odio il Lunedì i più mi fanno un mezzo sorriso pensando che la mia mania di scimmiottare Garfield sia ormai degenerata in maniera definitiva. Bene, il riassunto di quest'ennesimo inizio settimana infausto potrebbe farvi cambiare idea.
Dopo un week end all'insegna dell'atmosfera familiare quanto mai bucolica, tempestato da incontri ravvicinati del III tipo, ieri mattina mi sono imbarcata per tornare alle indipendenti gioie della Grande Mela Bacata che mi fa da ricovero. Dopo aver affrontato un viaggio in autobus con un bilgietto da 1,10€ (residuato post-bellico emerso dalle spaventose e ignote profondità del portafoglio di mia sorella) sono arrivata, miracolosamente incolume e senza multe a Piazza Dante. Prima tappa: macellaio. Il macellaio, per gli aborigeni "o chianchiere", è un luogo mistico, un tempio della putrefazione impregnato dall'odore -a un tempo sublime e ributtante- della carne abbastanza morta. Prerogativa dei macellai è che, dietro al bancone, ci siano almeno 4-5 sacerdoti contemporaneamente, rigorosamente vestiti con i camici bianchi screziati da nemmeno troppo sospette macchioline scarlatte. Più evidenti sono le macchie, maggiore è il grado di autorità del macellaio. Di questa moltitudine di indaffaratissimi personaggio solo UNO è attivo per servire i fedeli accorsi a fare acquisti. Gli altri sono solitamente impegnati nelle attività più svariate, tipo ciondolare per il negozio senza meta, o ad ottemperare a compiti di vitale importanza quali spostare 700 volte un gancio di ferro dall'aria minacciosa da un sostegno all'altro. Tuttavia, l'attività di gran lunga prediletta da tali signori è quella di affilare -il più rumorosamente possibile- coltellacci dall'aria letale anche quando inseriti negli appositi ceppi salva dita.
- Signurì, nu poc e filetto??-
Mi chiede l'attivo di turno, dopo aver venduto 30€ di carne morta al cliente dal grande appetito che mi precede. Alla parola filetto il suo sguardo luccica, io salivo stile cane di Pavlov e la mia borsa prende a vibrare, scuotersi, sussultare... no, non è il cellulare, è il portafoglio che trema in preda al panico. Non temere piccolo e magro amico, mi rassegnerò al nostro solito tacchino nazional popolare.
La delusione del chianchiere è visibile ma resiste stoicamente al colpo.
Ordino, lui esegue, pago.
A casa internet non funziona. Chiamo fastweb, il telefono fisso gracchia e singhiozza. Rassegnata, do il mio numero di cellulare alla gentile signorina, che mi richiama. Dopo un minuto il cellulare muore. Spento. Acceso. La gentile signorina persevera. Faccio in tempo a darle il numero di mia sorella prima del deja-vu. Spento. Acceso. La gentile signorina, agguerritissima, non demorde e richiama sull'altro numero. Io oramai sono un'Idra. Ok, il tecnico viene domani, resisterò. Mangio, sfinita. E' solo metà giornata e sono alla frutta. Nel pomeriggio mi distraggo leggendo. Finisco il libro e mi rendo conto che stasera impazzirò senza nulla da fare. Nell'attesa del mio destino notturno aggredisco il bagno per renderlo non dico vivibile ma quanto meno agibile. Compromessi, il sale della vita. Giammai paga cambio il mio letto. Uno dei copripriumoni matrimoniali è evaso, non so quando nè come. Forse si è annodato e si è calato da solo giù dalla finestra, correndo poi verso il tramonto in cerca di una vita migliore...con l'invidia nel cuore ne prendo uno troppo piccolo di mia sorella. Mentre lavoro negli angusti spazi del mio loculo vivo un'esperienza extracorporea, vedendomi da fuori mentre rotolo come un'otaria spiaggiata cercando di incastrare il coprimaterasso nell'inesistente intercapedine fra letto e parete. Infilo il piumone enorme nella sua gabbia minuscola di stoffa. Ora il mio letto sembra ricoperto da una gigantesca meringona. Va bene, calma.
Riassunto della giornata: 3 unghie spezzate, un enorme ponfo sulla fronte che non so spiegare ma che probabilemnte contiene il Craken o in alternativa la mia gemella cattiva.
Stremata, abbandono ogni ritegno e mi pigiamo, rassegnata ad attendere che questa giornata passi, finalmente, e ceda il posto alle meraviglie del Martedì.

sabato 5 novembre 2011

Filosofia da Supermarket

Come per ogni ritorno a casa, c'è pronto ad attendermi il rito di benvenuto: la spesa. La panda freme (in realtà io pure), ci ritorviamo dopo la lunga separazione, io con le mie mani calde, lei con la sua frizione poco fluida, e ci scambiamo intime confidenze polverose, dal retrogusto di senza piombo (ma di ottima qualità).
Faccio lo slalom tra i vicoli che potrei percorrere a occhi chiusi, se non fosse che gli autisti della domenica continuano a parcheggiare nei posti più ameni tipo al centro della carreggiata, sullo stop all'incrocio e nelle curve a gomito. Scanso a fatica i bambini che giocano nel parcheggio (c'è grossa crisi, ormai le madri pazze cercano di risparmiare sull'eliminazione della progenie. Cogne me fai na pippa) e finalmente siamo dentro. L'entusiasmo della spesa si sa, è tanto. Lo sciacquettìo dell'adrenalina nelle mie vene si sente a miglia di distanza. Mi estraneo quando posso, io sono l'autista anche nel Supermercato, mi sono specializzata proprio per non dover pensare agli acquisti. Al ritorno tiriamo su la spesa a fatica, anche se negli ultimi mesi le quantità -vuoi o non vuoi- si sono ridotte all'osso. La mia ombrosa silouette proiettata sulle scale sembra uscita da Star Trek; il cappotto (inutile dato lo scirocco soffocante) mi appuntisce le spalle. Mi manca la tutina azzurra e sono a posto.
Mentre rimugino su questo eccitantissimo effetto ottico (e qui proprio l'azione è arrivata alle stelle) ricordo di aver sentito una canzone al supermercato. Una che avevo cercato di evitare per tanto tempo, quella che proprio non mettevo MAI nemmeno nei momenti di masochismo estremo. La strada verso casa è quasi finita, l'ombra sta per sparire fra le altre del viale scuro e il cane viene di corsa pronto a infilare il naso in tutte le buste alla ricerca della cena. Eppure quella canzone, che strano effetto mi fa? Quando ormai ho un piede sulla porta e sto per rientrare del tutto alla normalità, ecco la risposta, l'ultimo barlume di filosofia da supermarket che si estingue come una stella, diventando ad un tratto più luminoso: un tempo ero una parete delle meraviglie per qualcuno, oggi mi sento una parracina scalcagnata. Eppure una parete delle meraviglie sarà bella da guardare, elegante magari (quando mai andava bene per me tale definizione allora?) ma è fragile e si rovina con l'usura. La parracina (in gergo un muretto di prete grezze, incastrate fra loro senza malta) sarà forse ruvida e poco piacevole al primo sguardo, ma è solida, duratura e se la si guarda bene si vedrà tutto il fascino della materia prima, irregolare e sorprendente. Oltretutto col tempo può solo migliorare.
Ed eccomi a casa.

mercoledì 2 novembre 2011

La cosa giusta

Forse, nonostante la tua infinità ingenuità, sarò riuscita in alcuni momenti a farti pensare il peggio di me. Forse hai anche ragione, potevo essere una persona migliore, in molti modi. Ma la verità, giusta o sbagliata che sia, è che siamo troppo simili, abbiamo troppo in comune. Potresti capirmi, potresti arrivare nell'angolo più buio, dove nessuno quasi è entrato e questo non mi va. Far riaffiorare cose morte e sepolte non è quello che voglio.
E poi mi ricordi lui. Sento il suo profumo quando sono con te. No, non mi disturba in quel senso, non fraintendermi. Ma sei un ponte fra me e tante cose, un ponte che non posso e non potrò mai più attraversare. Sono ferma su questa riva, neanche troppo solitaria, a guardare quello che c'è di la, dove siete voi quando vi incontrare. Vi sento ridere ma non sento le parole. Vi guardo da lontano e sento un vuoto enorme che si apre dentro di me. Non fa nemmeno male, è semplicemente li e preme, è il peso delle scelte fatte, è il prezzo che sto pagando per tutto. E' così che riscatto la forzata libertà.
E tu sei al centro di tutto, nemmeno lo sai povera stella, che tutto ruota attorno a te. Chi mi ha sostituito? Cosa fate, cosa dite, come vivete? E io? Ancora mi stupisco a volte di non essere li con voi, mi parli di persone che non conosco e io chiudo le paratie stagne. La curiosità c'è, la domanda mi scappa pure, ma la paura della risposta è troppo grande, troppo forte.
Vorrei essere di più per te, ma il male che mi farei sarebbe troppo per me da gestire. Toccherei il fondo, quando a fatica sono riuscita a dare il colpo di reni per tornare in superfice. Sacrificarmi forse? Questi incontri trimestrali sono già così duri da affrontare che ho bisogno di tempo per riprendermi.
Ho dovuto fare una scelta. La scelta che ritenevo giusta, forse l'unica scelta possibile che non ferisse nessuno. La domanda però resta: è meglio una mezza amicizia che nessuna amicizia?