giovedì 14 febbraio 2013

It's time

A volte dobbiamo essere capaci di lasciare andare ogni cosa, e restare spettatori silenti del nostro destino.





venerdì 8 febbraio 2013

Vanità di vanità

Mettersi in mostra. Dichiarare al mondo le proprie piccole grandi novità. Sfruttare le piattaforme per lanciare messaggi lampeggianti, per farsi notare ad ogni costo.

L'effetto? Non proprio nullo, perché un senso generale di fastidio si avverte. Ma come diceva il saggio, "che si parli in bene o in male, purché di me si parli". Generare totale indifferenza sarebbe molto peggio.

Per questo mi adopero in questo piccolo silenzioso battimani, per dire "si, ok, prendo nota".

Ma è proprio questo il punto. Prendo nota di queste banalità con il fastidio come unico sentimento. Ai bei tempi mi sarei rotolata in preda al bruciore di stomaco per certe affermazioni, avrei schiumato, nascosta in un angolo con la mia vergogna, meditando tremenda vendetta (la stessa vendetta che si sarebbe sciolta miseramente al calore di un sorriso).

Ma non tutti hanno questo potere su di me. 

Questa costante e ridondante affermazione di Sé, come se a tutto il mondo ora dovesse importare qualcosa, come se essere dentro o fuori, in compagnia o da soli, contasse qualcosa.

Ciò che facciamo, ciò che diciamo, ciò che siamo ci definisce.
E io sono un agglomerato di sentimenti contrastanti, mutevoli, incontrollabili e anche parecchio seccanti in certe circostanze, ma qualcosa di me la so: voglio quello che voglio, e lo voglio a modo mio.


E questo, spiacente, non è il modo.

lunedì 14 gennaio 2013

Telepatia

Ed ecco che basta un pensiero, un richiamo muto ma assordante, e la connessione si ristabilisce ancora, come prima.
Forse è solo nella mia testa, forse è tutta una fantasia, fatto sta che accade. 
Tutto quello che conta è che non smetta mai di accadere.

venerdì 28 dicembre 2012

La coppia d'oro Calvino - Bava

È Natale. O meglio è stato Natale e, come ogni anno, sulla Mediaset hanno ritrasmesso gli episodi di Fantaghirò, la miniserie televisiva creata da Lamberto Bava nel 1991. 
Quando uscì per la prima volta sugli schermi degli italiani la serie era divisa in parti, nello specifico due puntate da 100 minuti l'una, per un totale di ben 5 film.
Mille ore di fantasy made in Italy di cui, da fan sfegatata, ho deciso di parlarvi.
Rivedendolo quest'anno (oggi hanno trasmesso Fantaghirò 4, e se tanto mi da tanto domani vedrò il 5) mi sono fatta una serie di domande da scalcinata "addetta ai lavori" quale mi pace reputarmi. Avviso la nutrita schiera dei miei 4 o 5 lettori che le informazioni contenute in questo post provengono da ricerche che ho fatto navigando qui e la e soprattutto da mie illazioni, quindi dubitate serenamente della validità scientifica di questo post.
In alcuni punti delle pellicole, ad esempio dell'episodio numero tre, mi è parso che il doppiaggio in italiano non coincidesse con il labiale. Considerando che gli attori si sono spesso ridoppiati da soli, poteva tranquillamente addursi alla loro scarsa esperienza. Ma guardando bene sembrava proprio che recitassero in inglese. 
Quando Fantaghirò chiede alla Strega Nera (Brigitte Nielsen) di aiutarla a trovare il regno di Tarabas (Nicholas Rogers) le dice: "ho bisogno del tuo aiuto" e il labiale è chiaramente "I need your help".
Questo pippone mentale improvviso mi ha fatto sorgere la curiosità (una capitanovviata direi) di sapere se il prodotto apparentemente nostrano non fosse in realtà una coproduzione con qualche paese più Pro di noi. In effetti le ambientazioni, i costumi, il cast, tutto fa pensare che la mano italiana sia tutto sommato limitata.

Allora mi sono messa a scavare qui e là e qualcosa di interessante l'ho trovata, ma poca roba per il momento.
A quanto sono riuscita a capire, la produzione è interamente italiana, ma ognuno degli episodi è girato in altre lingue (nello specifico il terzo è tutto recitato in inglese e poi ridoppiato dagli stessi attori) probabilmente perché il cast era composto per la maggior parte da attori stranieri. Il prodotto ha però avuto un grande successo all'estero, in Francia, in Germania dove è trasmesso col nome Prinzessin Fantaghirò, e in Inghilterra dove hanno ribattezzato il primo episodio The Cave of The Golden Rose)

Il budget utilizzato per girare i film (non mi è chiaro se tutti e 5 o solo i primi 4) è pari a nientepopodimenoché  7.000.000.000 di lire. Vale a dire 3,5 milioni di euro attuali circa.
Forse sono l'unica a restare basita di fronte a tutto questo esborso per un prodotto nostrano, ma i fatti e il successo che ha ottenuto confermano il detto "quanto spendi tanto appendi". 

Le location utilizzate per le riprese sono le più disparate, vanno infatti dalla Slovacchia alla Repubblica Ceca, per finire con la Thailandia (il regno di Angelica nell'episodio 4).
Ora, passiamo alle considerazioni sui film in se.
Io detesto le produzioni italiane. Sul cinema qualcosa riesco ad apprezzarlo, ma per la maggior parte del tempo impreco contro la recitazione forzatamente teatrale, le scelte di regia certe volte davvero imbarazzanti e in generale la scarsa accuratezza nella composizione dei prodotti.

Fantaghirò però è un discorso a parte. Anche li la recitazione non è delle migliori e la sceneggiatura a tratti fa acqua da tutte le parti, è più tarlata di una fetta di Emmental e le espressioni facciali dei primi piani a cui un po' tutti gli interpreti vengono sottoposti dovrebbero - teoricamente - far rischiare il collasso da ilarità agli spettatori.
Invece ciò non succede. Nonostante i vari momenti assurdi, che rasentano il ridicolo, e la capacità recitativa da organismo monocellullare di alcuni soggetti X, ciò non avviene. Perché? Cos'ha di diverso Fantaghirò
Dopo di lei esplose il boom di questo genere, ricordiamo in primis Desideria e l'anello del drago, sempre firmato Bava, che però non ha riscosso lo stesso successo della sua progenitrice dal caschetto d'oro. Di nuovo, perché?
In mancanza dell'opinione dei migliori specialisti ed esperti in televisione e cinema, non ci resta che ragionare per conto nostro, basandoci sulle scarse esperienze nel settore della sottoscritta, e della invece vastissima esperienza da spettatori che abbiamo accumulato in anni e anni dello sport più amato dai cinefili e televisofili del mondo: il culoseggia agonistico. Fidatevi, uno qualsiasi di noi si può scoprire ottimo critico in questo campo, riuscendo finalmente a giustificare i molti anni persi a guardare uno schermo, e proponendo i prossimi venturi che si perderanno in ugual modo, come "investimento" anziché bollarli come "pigrizia".
Fantaghirò è un prodotto unico nel suo genere, che praticamente ha vissuto e vive ancora oggi di vita propria. Le ragioni di questo successo a mio parere sono tre:
ORIGINI: la storia è stata tratta da un racconto popolare di Calvino, dal titolo Fanta-Ghirò persona bella, che racconta di un re con tre sole figlie femmine, obbligato a mandare un erede maschio a firmare un trattato di pace. Dopo averle messe alla prova scopre che la più piccola, Fantaghirò, è perfetta per quel compito. La manderà dunque in missione vestita da uomo ed ella non solo tornerà vittoriosa, ma anche depositaria dell'amore del principe rivale, che si strugge per lei continuando a ripetere, quasi folle: "Fantaghirò persona bella, mi tolse l'uso della favella, egli mi sembra una donzella, Fantaghirò persona bella".
Questa fiaba è raccontata in modi differenti al nord e al sud italia ma ciò non toglie che un racconto già radicato nell'animo della nazione in qualche maniera abbia più capacità di far presa, una volta trasformato in prodotto mediatico.
CURA: le location scelte per le riprese sono senza dubbio perfette: boschi suggestivi, bei castelli ma mai pretenziosi, mai troppo grandi o troppo finti, che incarnano bene l'idea di palazzo regale, ma con quel pizzico di realismo che permette di contestualizzarli, che aiuta a "credere" che quell'epoca, quelle persone, potrebbero essere esistite davvero. In tal modo si aiuta la sospensione dell'incredulità, semplicemente con quattro mura realistiche.
In perfetto contrasto con la realtà delle ambientazioni, troviamo i costumi: gli abiti, anche la tenuta da caccia più misera di Fantaghirò, sono a dir poco sfarzosi, curati nei minimi dettagli. Anche le armature sono dei piccoli capolavori, pur non guardano tanto alla funzionalità quanto piuttosto alla particolarità: Fantaghirò indossa, nel primo e in parte del secondo episodio, un'armatura nera con l'elmo a forma di testa d'oca. Quando si sveste, salta agli occhi la improbabilissima leggerezza del materiale, ma nonostante quello si può apprezzare l'attenzione nel ricreare pezzo per pezzo uno spallaccio, un pettorale e un paio di schinieri. 
La scelta dei tessuti rispecchia i personaggi: il re padre indossa abiti luccicanti, impunturati d'oro, che sottolineano l'opulenza del potere raggiunto, ma allo stesso tempo riverberano in modo ridicolo su un corpo che ha perso il potere fisico, la giovinezza e la forza, e che deve essere sostituito da un erede (su wikipedia è segnalata la coincidenza dei colori azzurro e arancio indossati dal re e dalla figlia Fantaghirò, come a sottolineare che lei sarà l'erede destinata).
Tarabas indossa i colori scuri del bosco, il verde il marrone e il nero, specchi del regno dove dimora. Pur essendo un mago di grande potenza però, i suoi abiti sono stranamente semplici, come se non fosse tutto li, come se ci fosse sotto qualcos'altro (che infatti c'è, visto che viene ovviamente redento dalla nostra amica caschetto d'oro). Di contro troviamo poi gli abiti di Darken, il mago davevvero più potente e cattivo del mondo, nonché padre del bellissimo Tarabas, che invece veste interamente di nero, con abiti sfarzosi e cupi, appena impreziositi da catene d'oro.
Insomma potrei andare avanti per ore a parlare di quegli abiti, ma credo che questi esempi siano sufficienti per passare al punto numero 3.
CAST: i personaggi scelti per interpretare i vari ruoli sono azzeccatissimi. Romualdo (Kim Rossi Stuart) è giovane, forte, con luminosi occhi verdi incastonati in una faccia a cucuzziello nazional-popolare (con tanto di kilt peliccioso nel primo episodio) e la criniera leonina morbidamente adagiata ad incorniciare il tutto. Insomma l'angelica immagine di liberté egalité e fraternité, che mi sembra anche un paragone più delicato per associarlo ai suoi fidi Cataldo e Ivaldo, invece del solito trittico di simpatiche Grazie. 
Tarabas (Nicholas Rogers) è quella rara bestia umana che non ha bisogno di tante presentazioni. È un Dio sceso in terra, con la chioma corvina che cade in picchiata sulle colline marmoree dei pettorali, precipita nel canale di suez creatosi fra le scapole, e guida fin troppo saldamente l'immaginazione verso zone ancora inesplorate, patrimoni che tutti vorremmo fossero nazionali ma di cui fin troppo poche visitatrici hanno potuto godere. Il viso è una maschera di tenebre, le arcate sopraccigliali formano una delirante curva di civettuola cattiveria e il naso fine e tagliente porta lo sguardo su labbra sottili ma definite, una promessa aleggiante che precipita nel panico anche la più salda moralista.
Xellesia (Ursula Andress) con la sua corona di piume dorate, probabilmente strappate all'ultima fenice esistete, ancora viva e sanguinante, ha lo sguardo penetrante, gigantesco, minaccioso. Ti senti un po' carota in fuga anche tu vedendola. Magnifica.
La Strega Nera (Brigitte Nielsen) è deliziosamente eccessiva, perfettamente sopra le righe, un personaggio comico ma ben più concreto della cara protagonista, Fantaghirò stessa (Alessandra Martines) che è sì ottima per interpretare la principessa coraggiosa, ma che a volte ti fa desiderare di mollarle qualche schiaffone, giusto per rimetterla sulla retta via. Uno dei momenti più pregnanti un cui si avverte questo bisogno di violenza è proprio durante gli svariati incontri con Tarabas, che ovviamente inizia subito a squaqquariare dietro al caschetto più impermeabile del reame, mentre lei continua ad incaponirsi col suo bel Romualdo, l'uomo che inciampa da seduto, colui che viene rapito in media dalle tre alle 5 volte a settimana, l'essere la cui espressione diventa più dinamica solo quando viene trasformato in pietra per 4 ore di film. 
Avete ragione, ci vogliono più di due schiaffi. Stare con Romualdo anziché con Tarabas è di per sé una punizione di gran lunga maggiore rispetto a qualsiasi pena corporale.
Spezzerò anche una lancia a favore della sceneggiatura: forse nella maggior parte dei dialoghi pecca un po' in "italianità", ma è innegabile che Francesca Melandri e Gianni Romoli si siano applicati per rendere il tutto abbastanza epico nei punti giusti. Citerò a tal proposito un paio di frasi celebri:
FANTAGHIRO' I

Fantaghirò: Verso la vittoria! La voglio e la otterrò!

Romualdo:Perché arrossite?
Fantaghirò: non ho mai baciato un cavaliere.
Romualdo: Io neanche.

FANTAGHIRO' II

Fantaghirò: se non sarà il mio ordine a fermarvi, sarà la mia spada!

FANTAGHIRO' III

Tarabas:  Sono pronto a baciarti, Fantaghirò. Spero che queste catene mi impediscano di farti del male. Se non sopravvivrai al mio bacio, giuro che morirò nello stesso istante.

Oltre a tutte queste motivazioni, Fantaghirò contiene una morale forse scontata, trita e ritrita, ma che spesso diamo tutti per scontata al punto da non prenderla più come insegnamento.

Dunque, queste per me sono le cose fondamentali che fanno di Fantaghirò un prodotto non buono, non ottimo, ma proprio Eccellente, da vedere e rivedere a Natale o a ferragosto, in qualsiasi momento si voglia fuggire seriamente dalla realtà per immergersi in qualcosa di godibile, eccentrico e soprattutto nostrano.
Se mai potrò scegliere, girerò qualcosa come Fantaghirò.

domenica 23 dicembre 2012

Il palesarsi fisico di un senso di colpa psichico

Sono immensamente stanca.
Sono stanca delle difficoltà quotidiane, sono stanca di lottare senza nessun risultato per migliorare ciò che mi circonda, ma soprattutto sono stanca delle persone.
Non di tutte, per carità. Sono stanca delle persone che hanno sempre ragione, di quelle che non sbagliano mai, di quelle che non cedono mai, nemmeno davanti al tuo dolore, alla tua evidente tristezza, davanti alle tue paure. Quelle che se si spezzano un' unghia le fanno il rito funebre e vogliono tutti gli affetti intorno, ma che se devono sostenere qualcun'altro sono sempre troppo più impegnati, troppo più in difficoltà. Hanno sempre il carico a coppe pronto in tasca, fremono per buttarlo giù e se ne fregano delle conseguenze. 
Sono stanca delle persone che si nascondono dietro uno schermo, che scavano solchi immensi per allontanarti e poi ti lanciano improperi da una distanza di sicurezza, cose a cui non puoi rispondere perché non avrebbe senso. Persone che invece di parlare scappano, che quando smetti di inseguirle si fermano, urlano e a volte ritornano.
Sono stanca di essere sbagliata, di creare problemi, di sentire dentro di me il vuoto dove dovrebbe esserci calore, amore, gioia. 
Sono stanca di avere paura di parlare, sono stanca di temere le conseguenze del mio modo di essere. 
Tutti mi accettano così come sono, tranne quelli a cui tengo di più. Non c'è mai sufficiente ardore, passione, bontà per vedere oltre, per fare uno sforzo in più. C'è solo il minimo sindacale o il pagamento in natura (il palesarsi fisico di un senso di colpa psichico?).
E giù ad intossicarci le feste. Forse ho già visto qualche bufera, quindi ora è terribilmente semplice (ma non meno spaventoso) affrontarne una nuova, ma proprio non mi va.

Forse sarò ingiusta, cattiva, stronza, superficiale, permalosa, orgogliosa e fuori luogo. 
Ma, in tutti questi aspetti negativi, non sono affatto sola.
Per il resto invece si, come scopro dolorosamente stasera. E pensare che volevo provare a condividere le cose buone.

Santo Natale. 

lunedì 22 ottobre 2012

Già che mammema me vatte, tarantelle fino a juorno!

Presente quelle persone che sono proprio felici di far andare tutto storto?
Presente quelle stesse persone di cui sopra, che amano la lamentazio fine a se stessa, la retorica del pessimismo, la morbosità della pena?
Eh.
Io si.
D'accordo che tutti abbiamo i nostri momenti di sconforto, d'accordo che ogni tanto il triplo carpiato con avvitamento nel barile il cui fondo amiamo ravanare ci sta, ma una volta tanto, giusto per gradire, come l'abbuffata proibita nel bel mezzo della dieta.
Eh.

No, invece spesso si usa fare all'inverso: fra la crisi, l'età che avanza, il lavoro che non c'è e la cervella che se ne va, ogni scusa è buona per lamentarsi o piangersi addosso. È per questo che ho deciso di scrivere il Decalogo della Vedova, ovvero tutti i motivi più banali e assurdi per piagnucolare, in modo che voi cari lettori inesistenti possiate riconoscere i flagellanti 2.0 alla prima lagna o, nei casi estremi, confondervi fra di essi se ne siete circondati!

  1. Quando stai bene bene bene, come minimo hai mal di testa.
  2. Quando non hai nulla di fisico di cui lamentarti, lamentati per il tempo.
  3. Quando intorno a te c'è chi sta peggio, lamentati lo stesso dei tuoi inutili problemi. Così magari il poveretto di turno ti spacca la faccia, sentendosi un po' meglio, e tu dopo avrai di che lagnarti davvero.
  4. Quando sei in mezzo a gente felice, individua lo gnu debole del branco e attacca la pippa con lui, che presto si diffonderà mettendo tutti di malumore. Perché la gente troppo felice ci sta ampiamente sulle palle, soprattutto se abbiamo legami affettivi con qualcuno del gruppo. Gollum! Gollum!
  5. Quando hai la febbre ripeti a tutti che stai per morire.
  6. Quando non hai la febbre, ripeti a tutti che stai per morire comunque. Non si sa mai.
  7. Quando sei malato, indipendentemente dalla gravità del problema, non ti curare. MAI, in nessun caso.
  8. Quando qualcuno, dopo molte settimane di tormento continuo e senza aver nemmeno una volta provato ad ucciderti (o a praticare su di te l'eutanasia, per porre fine alle tue evidenti sofferenze) cerca di sdrammatizzare, fallo sentire in colpa.
  9. Quando non sai che dire dì: "sto male" "eh ma ho i pensieri" o sbuffa, o una combinazione delle tre cose. Funziona sempre per spegnere l'entusiasmo altrui.
  10. Quando e se sarai costretto a smettere di lamentarti, guardati intorno: probabilmente sarai oramai solo come un cane, ma avrai raggiunto il tuo scopo! (E comunque c'è sempre un nuovo branco da attaccare, da qualche parte)



Certo, le persone si accettano per quelle che sono, non bisogna mai cercare di cambiarle. Infatti come al solito tutto si riduce ad una semplice scelta, del tutto personale e del tutto specifica, mutabile caso per caso e momento per momento: andarsene o restare.
Chi vuole vedere cosa c'è sotto la scolla nera? 



venerdì 5 ottobre 2012

In secula seculorum

Per gran parte della vita ci mostrano cosa dobbiamo aspettarci dall'amore. Noi ragazze dobbiamo cercare l'uomo ideale, avvistarlo da lontano, capire che è LUI, quello giusto, con il solo sguardo. 
La verità è che ci preparano ad essere scelte. In realtà siamo noi "quelle ideali" , quelle giuste. Dobbiamo essere carine, se non proprio belle ovviamente, un po' maldestre ma tanto tenere, di buon cuore, anzi buonissimo cuore, pronte a rinunciare a tutto per gli altri, conservando quel pizzico di egoismo che spendiamo per avvicinarci al nostro uomo, a scapito del benessere di amici e familiari. Quel tanto che basta a renderci umane, imperfette, appena macchiate dall'umana debolezza, ma sempre a beneficio di un bene superiore: l'amore vero.
Mille persone hanno scritto che "poi nessuno ci dice com'è dopo". È vero, infatti non vedo perché sprecare ulteriori parole su questo. Il dopo non è sempre rose e fiori, basti dire questo. Ma nella vita vera nemmeno il prima lo è!
Sarò io sfigata che mi devo strizzare in leggings e calzamaglie che la sera devono essere tagliate via a forbiciate per liberarmi, che devo riflettere su ogni parola che la controparte mi dice e a volte - triste ma vero - ridere a battute che non fanno ridere o che non capisco del tutto?
Cioè, sono l'unica sfigata che si deve infilare con la faccia nel fondotinta in previsione dell'uscita, che devasta foreste di kijal (che cosa sarà poi il kijal? in che categoria rientra? animale, vegetale o minerale? È protetto dal WWF e io non lo so? Sto facendo estinguere una specie per combinarmi come Nefertiti?)
per darsi quell'aspetto da Femmina, un po' battona e un po' bambina?
L'occhio smokey, che nel mio caso più che fumè è fumato, mi fa somigliare ad  una polacca sopravvissuta per miracolo ad un pestaggio; il rossetto rosso che per chi ha le labbra a canotto (ma non il fisico della jolie) grida a chilometri promesse che la proprietaria di cotanto musetto non si sognerebbe in realtà di fare manco dopo che sia stata resa una donna onesta; lasciamo stare il phard... l'ultima volta che ho provato a metterlo avevo fatto le trecce, il che significa che assomigliavo a Pippi Calzelunghe, ma la versione battona post fine dei dobloni del tesoro.
Insomma quelle come me si devono arrangiare come possono, magari puntando sui miopi, che ti danno sempre tanta soddisfazione sulla lunga distanza. 
In ogni caso nl nostro mondo non c'è nessun Danny Zuko, nessun Johnny Castle né tantomeno un Sam Wheat, pronto a tornare addirittura dalla morte per la bella faccia nostra.
Vorrei tanto poter imprimere su pellicola le notti insonni pensando ad una persona che non si riesce a capire, che si vuole decifrare ardentemente; vorrei si potesse raccontare il dubbio, quello che ti assale mentre sei a metà scalata, quello che ti fa dire "ma chi me lo fa fare?" e il momento in cui decidi di continuare a tentare o di lasciar perdere. 
E non solo per l'amore, ma per tutto quello che riguarda le grandi conquiste. Nei film, ogni protagonista che si rispetti, subisce a metà pellicola un crollo totale: che sia l' amore, il lavoro, la famiglia o tutto assieme, ad un certo punto si ritrova letteralmente culo all'aria. Per alcuni minuti di film va tutto uno schifo, lui/lei non sa che fare, è alla frutta, la sua vita è finita, distrutta, kaputt, niet, achtung, vorbidden etc etc... e poi semplicemente si rialza. Ha un'idea geniale, magari erano due ore di film che a stento scorreggiava e all'improvviso ha la soluzione! Che ovviamente è quella giusta, che lo diciamo a fare. E tutto si riavvia. E questo è peggio delle cazzate sull'amore (a quello tutto sommato puoi anche crederci, di imbecilli nel mondo ce ne sono a go go, vuoi vedere che non ci sia una percentuale statistica per cui non lo puoi avere pure tu il tuo imbecille personale??) 
Ma il resto no dai. E su. E non prendiamoci per i fondelli. E no. Non ce la faccio.
Sarà l'eta che avanza inesorabilmente, sarà che dopo un po', pur volendo a tutti costi credere alle belle favole, la vita fa di tutto per farti credere solo agli orchi e ai lupi cattivi, ma non riesco più a tratte conforto e speranza dalle storie che mi racconta il mondo.
L'unica cosa vera è che, se accetti le persone il più possibile per quelle che sono, forse potrai svegliarti delle mattine, girarti nel letto, e trovare un motivo per sorridere davanti al tenero orango che sta stronfiando dolcemente al tuo fianco. Emettendo suoni da betoniera inceppata. A volte ferendoti inavvertitamente, mentre sogna probabilmente di essere un trapezista all'apice del più complesso show della sua vita. Insomma si è capito che intendo.